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Battaglia Moralia #2

Lo Zenobattaglia torna su minima&moralia con un classico della violenza elettrodomestica: Washing Machine Self Destructs (Original).
Una delle pellicole più nude, crude  e controverse della nostra storia. Entro 48h arriverà pure l’inedito. 

A presto

minima2

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Uomo Nudo corre e sbatte la faccia contro una vetrata risate

di Labanda deltubo, durata 23”, Italia – Inghilterra, 16 Gennaio 2011

Voto **

Un uomo nudo corre e sbatte la faccia contro una vetrata. Poi riprende a correre. Ecco, Uomo Nudo corre e sbatte la faccia contro una vetrata risate. Niente di più. Anzi, qualcosa di meno, vista l’ostentata presenza delle solite risatine da sit – com di sottofondo. E allora ci facciamo una domanda. “Loris, un brav’uomo che abita nella periferia romana, viene scambiato per un serial – killer già autore di numerosi delitti ai danni di donne innocenti. Risate per grandi e piccini. E’ questo “Il Mostro” di Roberto Benigni? Soltanto questo? E ancora: Un barbiere ebreo viene scambiato per il dittatore Adenoid Hynkel. Divertimento a non finire. Ricorda qualcosa? Uomo Nudo corre e sbatte la faccia contro una vetrata risate ricorda esattamente se stesso, senza schioppi di reni, slanci laterali o verticali, slalom prospettici.

“L’arte della catastrofe calcolata di Laurel & Hardy” (Morandini) e il lirismo allusivo di alcuni titoli della Wertmuller, raggiungono nel lavoro di Labanda deltubo la loro dimensione più spudoratamente sinottica, anestetica e beffarda. La costruzione del disastro, fatta di sospensioni, rimandi, d’accidenti dentro gli accidenti, di seduzione comica, è sostituita dalla brama delle “risate tutte pop-corn, ruttini al caramello e crepapelle” (Castigliola, 2009). Il titolo poi- fredda anticipazione degli avvenimenti- si arroga addirittura il diritto di descrivere le reazioni (inevitabili?) del pubblico (risate). Tutto è detto, svelato. E, allora, forse, tanto vale chiudere gli occhi e immaginarselo, un uomo nudo che corre per strada e poi… bam!
Certo, al momento dello schianto, è probabile che anche lo spettatore più scafato e serioso torca, un attimo almeno, il labbro.

Ma sarà come l’incresparsi impercettibile dell’acqua per il passaggio d’un lavarello solitario. Poi tutto tornerà come prima. In attesa dei veri capodogli.

Laurel and Hardy

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Ciccione asiatico che mangia – provate a non ridere ahaha

di HazeDesign, durata 4’10”, Italia \ Corea?, 27 Maggio 2013

Voto ***

Un ragazzo dal viso rotondo e dai lineamenti orientali apparecchia sul tavolo, in preda a un meticoloso invasamento, una truppa di vaschette di plastica sciaguattanti cibo e, nel frattempo, ghigna come un demone. Davanti a lui il computer trilla, squilla, guaisce, squinterna con i suoi mille gingle d’annunci pubblicitari e di messaggistica varia. Chi ci ha visto una Grande Abbuffata d’oriente ha limitato lo sguardo su uno dei segni in gioco (il cibo); c’è piuttosto la brillante osservazione del rapporto fra individuo, società e nuovi media, la distopica epigrammaticità, il soffocante naturalismo visionario d’un Charlie Brooker. Ma qui il protagonista ci è mostrato come cosa assoluta. Da quel che ne sappiamo potrebbe star seduto da sempre, o non avere le gambe, o essersi impiantato un paio di mouse dalle caviglie in giù. Questa è la sua condizione naturale.

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La provocazione suprema del film di Ferreri (il suicidio gastronomico a opera d’un gruppo di borghesi in tutte le sue implicazioni iperrealiste, simboliche e politiche) e le dettagliate visioni di Black Mirror cedono il campo a una realtà immota, priva di gioie e tristezze, di lampi e frustrazioni, replicante se stessa all’infinito. Il ragazzo non ha deciso di isolarsi con dei suoi pari e uccidersi in maniera sofisticata. Anzi, verosimilmente, non ha deciso nulla. Ciò che vediamo è la sua vita. Il suo quotidiano. O meglio: il quotidiano di cui è schiavo. La reiterazione delle risate, le pletora di smorfie e versetti non hanno il respiro della parabola: paiono piuttosto una gif partorita dal Diavolo. La forma storia è stata sostituita da una forma slide, da un eterno presente che non conosce sviluppi, ma solo variazioni sul tema. (Una risata acuta, una grassa, una brodaglia che gocciola, un colpo di tosse e via da capo…) Tutto questo all’interno d’una cornice pulita, dalla fotografia limpida, domiciliare, appena slavata a cui HazeDesign concede giusto il lusso, sullo sfondo, d’un paio di colori accesi (il giallo e viola del letto). Ciò che ci è permesso osservare sono i risultati di qualcosa che è già avvenuto, chissà dove e chissà quando. Di un processo che la camera fissa (quasi “fossilizzata” verrebbe da dire) restituisce come cosa irreversibile e che ruota attorno a tre punti cardinali, che ci vengono mostrati nudi, ridotti all’osso, portati al baratro ultimo della perversione: il cibo, la tecnologia e la risata. Degli elementi che hanno smarrito la funzione e il significato originario e di cui l’uomo ormai non è che un’umbratile, allucinata appendice. E’ questo il futuro dell’umanità? Un bambolone gigante che se ne sta laggiù, dove niente vive, gode o soffre, recluso troppo recluso, servo del cibo e della cameretta, ignaro del mondo, delle stagioni, della natura, mentre il riso s’è trasformato in un latrato infernale?

Strepitosa prova d’attore che unisce all’umorismo istrionico di un Jerry Lewis il gusto per il non sense del cabaret di Karl Valentin e che dona profonda tridimensionalità a un’opera che altrimenti avrebbe rischiato di perdersi in un freddo e cattedratico esercizio profetico. Un’intepretazione ipnotica, perché caustica; e musicale sopra ogni cosa. Nei gesti che girano a vuoto, negli atti dannatamente mancati, nelle pause che son macigni, nelle ripetizioni e nelle ripetizioni di ripetizioni. Tanto che solo a visione terminata, qualche minuto, ora o giorno dopo, si è portati a farsi la domanda fondamentale: ma in Ciccione asiatico che mangia – provate a non ridere ahaha, alla fine, c’è forse qualcuno che mangia?

hardly

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Signorini intervista Ruby Rubacuori

Signorini, Ruby e Vespa (il cane, al suolo)

A grande richiesta, mentre si sta svolgendo il processo Ruby, ripubblichiamo questa “vecchia” recensione.
 
(La recensione è stata scritta subito dopo l’uscita dell’intervista, ma per motivi di diritto e\o altro, l’opera è stata spazzata via dal web. Sono disponibili solo pochi spezzoni che alcuni temerari continuano a mantenere su youtube.) 
 

Con Alfonso Signorini,  Karima El Mahroug, Silvana Pampanini, Luca Risso. Italia, 2010.

In un salotto televisivo Alfonso Signorini (Alfonso Signorini) intervista una ragazza marocchina, Ruby (Karima El Mahroug) alla presenza del cadavere di un cane. Sullo sfondo, appena visibile, Silvana Pampanini (Silvana Pampanini), noto volto del cinema italiano degli anni cinquanta e sessanta, armeggia con oggetti da cucina.

In meno di quaranta minuti assistiamo al racconto delle vicissitudini di Karima, emigrata in Italia da bambina per raggiungere il padre: la graduale scoperta della femminilità vietatagli dalle leggi religiose musulmane, lo stupro da parte degli zii, lo scontro col padre che, scoperto che la figlia vuol cambiare religione, gli rovescia addosso una padella di olio bollente, la fuga da casa a dodici anni. L’identità di Karima viene stravolta dagli eventi, consegnando la ragazza a un angoscioso futuro. Cominciano i primi furti e un’esistenza fatta di sotterfugi e di bugie. Nell’immagine dell’adolescente che, compiuto il primo furto, sotterra la borsa appena rubata, scorgiamo tutto il disperato simbolismo dello Yeates portato sul grande schermo da Mendes. Sotterrato così il passato Karima si inventa un’altra vita: racconta di essere egiziana, mente sulla sua età, sino a trasformarsi progressivamente in Ruby. Ruby è sola, disoccupata e in un paese straniero. Lavora per 700 euro al mese, come cameriera o cubista. Ruby vorrebbe entrare nel mondo dello spettacolo. Tutti desiderano il suo corpo e si accontentano delle sue menzogne. Dopo un tentativo di prostituzione andato a vuoto (la ragazza si tira indietro all’ultimo) la doppia vita di Karima conosce una svolta. Una sera come tante, il 14 Febbraio, la ragazza, che è ancora minorenne, viene invitata a una cena dal Presidente del Consiglio Italiano. In Silvio Berlusconi Ruby trova un ascoltatore che non vuole servizi triviali e che, col semplice esercizio del proprio carisma, risveglia in Ruby la coscienza di essere Karima. Karima racconta a Silvio le avversità dell’infanzia, le attuali difficoltà finanziarie, le controversie di integrazione commuovendolo a tal punto che il Presidente le regala un’ingente somma di denaro.

Signorini (co-regista e co-autore) lavora con pennellate lievi, abbandonando apparentemente la scena alla protagonista. Eppure si scorge dietro lo schema del racconto, e fintanto nelle lacrime e nei momenti di struggimento, l’intento di un burattinaio fin troppo consapevole che si inserisce nei momenti cruciali, che riporta il fiume del discorso nel letto di argomentazioni sepolte che soltanto lo spettatore più smaliziato può cogliere (e che pure agiscono, come inavvertibili sferzate, nelle coscienze di milioni di spettatori.) Ispirato a una storia vera (l’inchiesta che, a partire dal 2009, ha visto il Presidente del Consiglio Italiano indagato per un imponente giro di prostituzione) Signorini intervista Ruby Rubacuori è un efficace esempio di “psicodramma in sordina” che trasferisce nella vita di una ragazza i grandi temi storici di un paese. La sempre più irrisolta questione morale, la disoccupazione giovanile e le sue ripercussioni sulla stabilità sociale, lo scontro fra istituzioni, il sessismo, il gioco di specchi e di spettri fra “complotto” e “dittatura”. Ma Signorini è un mattatore a tutto campo: in una fase storica segnata dall’esacerbarsi dei conflitti religiosi (proprio in quel periodo risuonava l’eco della persecuzione dei cattolici nei paesi islamici e dopo anni di guerra in Afganistan) le verità di Ruby chiamano tacitamente in causa la chiesa a la comunità cattolica. Una regia composta, che si sofferma poco sull’ambiente, preferendo l’espressività della protagonista. Un ritmo ben congegnato che avvicenda momenti di pathos (forse un po’ troppo compiaciuti) a dialoghi serrati in cui Signorini, già regista e autore, dimostra doti anche da interprete vestendo i panni ora del reporter comprensivo, ora del giudice istruttore.

Signorini   Come ti sei vestita quella sera? E al Presidente come ti sei presentata?

Ruby   Stessa maniera che ho fatto da te. Timida all’inizio. Piacere Ruby. Il nome è quello. Poi ho detto che ho 24 anni.

Signorini   Quindi con quell’esistenza parallela di cui ci hai parlato poco fa?

Ruby   Ho 24 anni. Poi la mia amica mi ha portato lui dicendole che ero in difficoltà.

Signorini   Che uomo ti sei trovata davanti? Un uomo disponibile a ascoltarti?

Ruby   Disponibile a ascoltarmi. A differenza di tutti gli psicologi che ho avuto in tutte le comunità. Gli ho detto la mia storia. Gli  ho raccontato in sincerità tutto tranne che per l’età, e per il nome, e per il paese di provenienza.

Signorini   Le hai detto che eri la nipote di Mubarak?

Ruby   No.

Signorini   Come salta fuori questa nipote di Mubarak?

Ruby   L’ho letto sui giornali. Ho scoperto che la famosa serata del 27 Maggio era stata detta in questura che ero la nipote di Mubarak.

Signorini   Ritorniamo a quella sera. Come è andata? Tu hai avuto delle avance sessuale da parte di Silvio Berlusconi.

Ruby   No. Assolutissimamente no. Nel senso ecco torniamo sempre al discorso della vita parallela e al discorso del vantarsi di una ragazzina davanti a delle ragazze della sua età e davanti alle quali non può mostrare altro. Ti capita la situazione di trovarti a casa del Presidente, apri la tua bocca e la riempi con le prime cose che ti capitano.

Ideato in poco meno di una settimana Signorini intervista Ruby Rubacuori è un modello di scrittura ipnotica, a metà strada fra la fiaba e il dramma giudiziario che conserva un evidente debito formale con pilastri dei generi come Hans Christian Andersen e Sidney Lumet. Se tanta maestria venisse utilizzata e se tanto sudore venisse speso per edificare cattedrali visioni arti mestieri autostrade o disegni di legge l’Italia sarebbe, senza ombra di dubbio, un magnifico paese.

Per quanto abbia beneficiato di un grande battage pubblicitario e di una diffusione capillare (subito dopo la fine della lavorazione è stata trasmessa in nazionale su una rete televisiva del Presidente del Consiglio) la versione integrale dell’opera è andata misteriosamente perduta. Sopravvivono alcuni spezzoni, rimontati per altre esigenze e più o meno fedeli all’originale, nel caos del web.

Ruby Rubacuori

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Washing Machine Self Destructs (Original)

La scheda tecnica qui sotto si riferisce al video originale che è stato rimosso. Il link al video, fornito da ascocaine, è adesso su youtube senza- fortunatamente- nessuna variazione all’originale, tranne il titolo (Mattone nella lavatrice).

Di Photonicinduction, durata 1′ 19”, Regno Unito,  29 Luglio 2010, sonoro.

Voto ****

In un giardinetto come tanti altri una lavatrice a carica frontale viene fatta girare a vuoto a una velocità spaventosa. Quando comincia a fumare e mostra i primi segni di cedimento un uomo infierisce su di lei, somministrandogli un mattone nel cestello. L’elettrodomestico diventa vittima della sua stessa forza centrifuga e si sfascia in mille pezzi. Rivisitazione del cult adolescenziale “Corto Circuito”, ha il pregio di stilizzare al massimo la brutalità della sopraffazione,  ma, a differenza dell’originale, manca di trama, ritmo avventuroso e inventiva. Una delle opere più originali fra gli snuff movie sulla violenza elettrodomestica (1. 2.), Washing Machine Self Destructs (Original) è una favola macabra sul sadismo dell’essere umano che, quando non può rifarsela con i propri simili si estende, come un morbo imperialista, verso nuovi e inesplorati territori. Bestie, fiumi, laghi, utensili, oggetti inanimati. Il finale- la lavatrice che si contorce al suolo in preda a un attacco epilettico- è di una crudezza esasperante. Lascia addosso un senso di profonda ingiustizia e frustrazione. Nel titolo- un piccolo gioiello di perfidia- risuona tutta l’odiosa e invulnerabile prepotenza del carnefice che fa il discorso funebre per la propria vittima. L’apice  dello sprezzo del forte nei confronti del debole, del potere che, dopo aver falciato i corpi dei propri oppositori, ne miete anche la memoria. Self Destructs? La lavatrice non aveva alcuna intenzione di uccidersi. Piuttosto è stata suicidata. (Zeno&Battaglia)

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Lo zaino – 4. Come si porta.

di stefanobi64, durata 5′ 32”, Italia, 3 settembre 2010, sonoro

Voto ****

Una cosa vuole dirci stefanobi64: che il peso dello zaino non si porta sulle spalle, ma sul bacino. Intorno a questo assunto stefanobi64 costruisce un’opera ramificata che si apre a aneddoti del passato (il militare negli alpini) e a precise dissertazioni tecniche (gli spallacci, le cinghie pettorali e ventrali) tenendo sempre a fuoco la tematica centrale. “Il peso dello zaino deve essere sempre tenuto sul bacino” finisce per trasformarsi in una formula ipnotica che appare d’improvviso fra le pieghe del discorso, che affiora secondo geometrie imprevedibili in un ossessivo impianto di aspettative, vuoti d’aria, colpi di scena, che torna quando meno te lo aspetti, come il consiglio di un vecchio saggio “il peso dello zaino deve essere…”, come un avvertimento dell’infanzia “il peso dello zaino…”, come l’eco di un sogno “il peso dello zaino…”.

Camera fissa. Il vento nel microfono. L’immensa montagna alle spalle. Nonostante i soliti e facili accostamenti con Into the Wild o le somiglianze formali e  poetiche con Grizzly Man, Lo Zaino- 4.Come si porta, sembra piuttosto affiancarsi a Ultime Parole, una delle prime opere di Werner Herzog. Molti hanno visto nel soggetto del cortometraggio del maestro tedesco (un vecchio che suona la cetra nell’isola di Creta) un pretesto per parlare del rapporto fra uomo e società, fra costrizione e libertà. Altri vi hanno visto il tentativo di fissare su pellicola la nascita e il diffondersi delle Leggenda. (Due poliziotti greci ripetono il mantra “Siamo andati a prenderlo laggiù, lo abbiamo salvato”; un isolano racconta sempre la stessa storia, sempre con le stesse identiche parole “Quando l’ultimo turco fuggì dall’isola \ Si buttò in mare da uno scoglio seguendo tutti gli altri \ Sulla roccia lasciò l’impronta del suo piede \ In quel punto gli isolani hanno costruito un altare e una cappella.”) Di sicuro, oltre a essere “metafora di” o “studio su” qualcosa, Ultime parole è un discorso sul cinema. Le strutture narrative- ripetitive, contraffatte dalla mano del regista- mostrano l’artificiosità che possiede (e deve possedere) anche una forma di presa diretta come il documentario.  L’irrealtà che sta dietro la realtà del cinema (e la realtà che sta dentro l’irrealtà del cinema).

Stesso discorso deve essere fatto per Lo Zaino 4 – Come si porta. Con la non trascurabile differenza che, in questo caso, il soggetto è il regista stesso.  E la realtà filmata non è alterata o riscritta, ma appare nuda, qualcosa di simile alla realtà stessa. Non c’è nessun artificio. Nessuno che da’ indicazioni dietro la macchina da presa. C’è solo Stefano, e il suo conturbante refrain. Ma allora, se la “realtà stessa” è così tremendamente simile al mantra artefatto dei poliziotti greci di Ultime Parole, “Che cos’è il Cinema”? E cosa vuole dirci, davvero, stefanobi64? Che il peso dello zaino si porta sul bacino? (Zeno&Battaglia)

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Discussione in famiglia

Di bocca5gtturbo. Durata 2’07”, Italia, 7 Gennaio 2011, sonoro.

Voto **e mezzo

Attorno a una tavola imbandita una famiglia discute di uno scabroso fatto avvenuto alcuni giorni prima (probabilmente capodanno) nella stessa casa: durante un ritrovo tra familiari una ragazza con una gonna molto corta e un ragazzo che aveva alzato un po’ il gomito si sono chiusi in bagno per lungo tempo. Per fare che? Discussione familiare  è un’opera spietata che non offre risposte e esige la partecipazione dello spettatore chiamato a  integrare i fatti mancanti con la fantasia e a ricostruire un percorso pieno di zone oscure. Ma non è la trama a interessare bocca5gtturbo, e sarebbe sbagliato inserire Discussione familiare nel filone dei gialli domestici (insoluti). La materia esplorata da bocca5gtturbo è la reazione dei protagonisti, è il corto circuito morale innescato di fronte a un fatto spiacevole e oltre le righe. Ognuno ha un proprio modo di reagire allo scandalo. Francesco (il canuto padrone di casa) è infervorato: sbuffa parole come “educazione” e “rispetto” accasciandosi sulla sedia, disarmato. Dall’altro capo del tavolo la moglie evita di dare giudizi azzardati, facendosi paladina di un principio di equilibrio e di considerazione dei fatti. E c’è chi “butta paglia sul fuoco”, e chi si limita a dire “magari è andato in bagno a sboccare”. Tutti coinvolti, giustizialisti o meno, nel gusto perverso del linciaggio. Ma il protagonista reale della scena è il ragazzo dietro la macchina da presa. Matteo scombina, aizza, non vuole trovare una risoluzione pacifica e menzognera (e forse è proprio di una bella menzogna che avrebbe bisogno Francesco). Gioca al gatto col topo con i protagonisti, ci si mette contro e, da bravo incendiario morale, sostiene le tesi più dannose per l’equilibrio famigliare, buttando lì testimonianze poco chiare e decontestualizzate (“ho sentito versi di lussuria”), alle quali anche lui stesso stenta a credere. Trasformando l’oscena unione accaduta in bagno in un pretesto per parlare d’altro. Non sono i due giovani ubriachi, ma è la famiglia a essere messa sotto processo da bocca5gtturbo, con le sue regole, il suo buon senso e i suoi ruoli. E’ la famiglia l’oggetto oscuro, il mistero. “Strane cose succedono a casa tua Francesco. Questa è una casa disonorata.”, provoca in apertura Matteo col fatale cinismo di uno Iago. Non è un caso la scelta di una soggettiva così marcata, quasi una farsa del Montgomery di Una Donna nel lago, e del genere poliziesco. E non è un caso che il video non finisca quando la famiglia arriva a una risoluzione del giallo (o a un’assimilazione collettiva del fatto), ma quando termina il divertimento di Matteo.(Zeno&Battaglia)

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