Archivio per la categoria 4 stelle

come mangia una carpa

di arca582, durata 51”, Italia, 25 maggio 2008, muto (b/n)

Voto ****

Sul fondale di un lago (o di un fiume) un banco di carpe nuota grufolando fra i detriti, sondando con i barbigli la presenza di cibo. Finchè la più imprudente abbocca all’amo e viene trascinata in superficie mentre le superstiti si danno alla fuga.

Ciò che più colpisce di come mangia una carpa è l’ambiente onirico, la ricchezza formale, la poetica dimessa. Le carpe escono dalla nebbia, si muovono nelle acque surreali dove navigava l’Atalante e in cui Jean vide la sua bella. L’inquadratura stretta e claustrofobica, il primissimo piano dell’occhio, parlano di un altro cinema, dove la telecamera è alla periferia ultima, dove lo sguardo autoriale non esiste. I pesci sembrano attraversare la cinepresa, sembrano sbucare da dietro di noi, attraversandoci. E come spettatori moriamo e siamo condannati a vivere una visione fortuita relegati alla nostra non-presenza. Assenti vedenti.

L’abboccamento della carpa equivale alla fine del sogno, al risveglio. Le acque si scuotono e anche noi torniamo a galla. (Zeno&Battaglia)

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Washing Machine Self Destructs (Original)

La scheda tecnica qui sotto si riferisce al video originale che è stato rimosso. Il link al video, fornito da ascocaine, è adesso su youtube senza- fortunatamente- nessuna variazione all’originale, tranne il titolo (Mattone nella lavatrice).

Di Photonicinduction, durata 1′ 19”, Regno Unito,  29 Luglio 2010, sonoro.

Voto ****

In un giardinetto come tanti altri una lavatrice a carica frontale viene fatta girare a vuoto a una velocità spaventosa. Quando comincia a fumare e mostra i primi segni di cedimento un uomo infierisce su di lei, somministrandogli un mattone nel cestello. L’elettrodomestico diventa vittima della sua stessa forza centrifuga e si sfascia in mille pezzi. Rivisitazione del cult adolescenziale “Corto Circuito”, ha il pregio di stilizzare al massimo la brutalità della sopraffazione,  ma, a differenza dell’originale, manca di trama, ritmo avventuroso e inventiva. Una delle opere più originali fra gli snuff movie sulla violenza elettrodomestica (1. 2.), Washing Machine Self Destructs (Original) è una favola macabra sul sadismo dell’essere umano che, quando non può rifarsela con i propri simili si estende, come un morbo imperialista, verso nuovi e inesplorati territori. Bestie, fiumi, laghi, utensili, oggetti inanimati. Il finale- la lavatrice che si contorce al suolo in preda a un attacco epilettico- è di una crudezza esasperante. Lascia addosso un senso di profonda ingiustizia e frustrazione. Nel titolo- un piccolo gioiello di perfidia- risuona tutta l’odiosa e invulnerabile prepotenza del carnefice che fa il discorso funebre per la propria vittima. L’apice  dello sprezzo del forte nei confronti del debole, del potere che, dopo aver falciato i corpi dei propri oppositori, ne miete anche la memoria. Self Destructs? La lavatrice non aveva alcuna intenzione di uccidersi. Piuttosto è stata suicidata. (Zeno&Battaglia)

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2 commenti

Lo zaino – 4. Come si porta.

di stefanobi64, durata 5′ 32”, Italia, 3 settembre 2010, sonoro

Voto ****

Una cosa vuole dirci stefanobi64: che il peso dello zaino non si porta sulle spalle, ma sul bacino. Intorno a questo assunto stefanobi64 costruisce un’opera ramificata che si apre a aneddoti del passato (il militare negli alpini) e a precise dissertazioni tecniche (gli spallacci, le cinghie pettorali e ventrali) tenendo sempre a fuoco la tematica centrale. “Il peso dello zaino deve essere sempre tenuto sul bacino” finisce per trasformarsi in una formula ipnotica che appare d’improvviso fra le pieghe del discorso, che affiora secondo geometrie imprevedibili in un ossessivo impianto di aspettative, vuoti d’aria, colpi di scena, che torna quando meno te lo aspetti, come il consiglio di un vecchio saggio “il peso dello zaino deve essere…”, come un avvertimento dell’infanzia “il peso dello zaino…”, come l’eco di un sogno “il peso dello zaino…”.

Camera fissa. Il vento nel microfono. L’immensa montagna alle spalle. Nonostante i soliti e facili accostamenti con Into the Wild o le somiglianze formali e  poetiche con Grizzly Man, Lo Zaino- 4.Come si porta, sembra piuttosto affiancarsi a Ultime Parole, una delle prime opere di Werner Herzog. Molti hanno visto nel soggetto del cortometraggio del maestro tedesco (un vecchio che suona la cetra nell’isola di Creta) un pretesto per parlare del rapporto fra uomo e società, fra costrizione e libertà. Altri vi hanno visto il tentativo di fissare su pellicola la nascita e il diffondersi delle Leggenda. (Due poliziotti greci ripetono il mantra “Siamo andati a prenderlo laggiù, lo abbiamo salvato”; un isolano racconta sempre la stessa storia, sempre con le stesse identiche parole “Quando l’ultimo turco fuggì dall’isola \ Si buttò in mare da uno scoglio seguendo tutti gli altri \ Sulla roccia lasciò l’impronta del suo piede \ In quel punto gli isolani hanno costruito un altare e una cappella.”) Di sicuro, oltre a essere “metafora di” o “studio su” qualcosa, Ultime parole è un discorso sul cinema. Le strutture narrative- ripetitive, contraffatte dalla mano del regista- mostrano l’artificiosità che possiede (e deve possedere) anche una forma di presa diretta come il documentario.  L’irrealtà che sta dietro la realtà del cinema (e la realtà che sta dentro l’irrealtà del cinema).

Stesso discorso deve essere fatto per Lo Zaino 4 – Come si porta. Con la non trascurabile differenza che, in questo caso, il soggetto è il regista stesso.  E la realtà filmata non è alterata o riscritta, ma appare nuda, qualcosa di simile alla realtà stessa. Non c’è nessun artificio. Nessuno che da’ indicazioni dietro la macchina da presa. C’è solo Stefano, e il suo conturbante refrain. Ma allora, se la “realtà stessa” è così tremendamente simile al mantra artefatto dei poliziotti greci di Ultime Parole, “Che cos’è il Cinema”? E cosa vuole dirci, davvero, stefanobi64? Che il peso dello zaino si porta sul bacino? (Zeno&Battaglia)

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David After Dentist

di booba1234, 30 gennaio 2009, Durata 1′ 59”, U.S.A, Sonoro. (Per vedere la versione con sottotitoli in italiano clicca QUI.)

Voto ****

David è un bambino. E’ appena uscito dal dentista. E adesso, mentre sta tornando a casa, mostra i postumi dell’anestesia in un crescendo allucinatorio che lo porterà a dubitare dell’esistenza stessa della realtà sensibile. Un’opera tentacolare che parte dall’indagine sul mondo infantile, sconfina oltre le porte della percezione e concentra in un lampo di tempo irrisorio alcuni dei più grandi quesiti della storia del pensiero. “Is this real life?” si chiede un bambino narcotizzato. David After Dentist è racchiuso in questa frase.

Chi riduce D.A.D in un’allegoria della prima età avvicinandolo a molte opere di genere (baby ninja, neonati roditori di dita ecc.) si sbaglia di grosso. Non è l’infanzia il mondo esplorato da booba1234. Ma il mondo dell’infanzia è il veicolo ideale per dare forza alle domande che David suscita nello spettatore. Avrebbero forse la stessa eco quelle parole pronunciate da un adolescente sotto anfetamina? O da un vecchio appannato dall’abuso di alcool? E quale soluzione migliore, allora, che farle pronunciare da un bambino? Inquadrando solo lui. Senza disperdersi in un tourbillon d’allucinazioni.

Quello che osserviamo è la perigliosa (ri)nascita di una coscienza percettiva in un mondo di impulsi. David resiste alle sue turbe esistenziali affidandosi ai sensi. Esemplare la scena in cui si mette in bocca il dito per assicurarsi di esistere. E quanto spazia nei confini dell’umano l’urlo di David che si solleva dal sedile e sembra voglia liberarsi di sè, più che essere libero. A booba1234 non interessano mostri, miraggi e visioni. Non è l’esperienza allucinatoria a trasformare, deformare o grondare sull’immagine, a diventare immagine. Non siamo di fronte agli accurati bombardamenti e all’isteria lugubre e barocca di Requiem For a Dream; e non siamo di fronte alle visioni gonze e scanzonate di Terry Gillian (Paura e delirio a Las Vegas). E’ il protagonista a raccontare l’esperienza. E il dialogo col padre, seppur brevissimo, pare dilatarsi all’infinito e evocare, grazie al potere della parola, molte più immagini di un trip psichedelico. Alla fine David scrolla la testa in un niente di fatto, imprigionato dai suoi stessi nodi. Nel saggio Imposture intellettuali Sokal e Bricmont osservavano: “Come possiamo sperare di raggiungere una conoscenza oggettiva del mondo? Non abbiamo mai accesso diretto al mondo; lo abbiamo soltanto alle nostre sensazioni ” Qualcuno domanderebbe: and this will be forever?

Successo internazionale che ha generato un folle merchandising (esiste anche un sito con tanto di magliette e sticker) e numerosi sequel (nessuno all’altezza). Esiste anche una versione con sottotitoli in italiano più lunga di 23’’ e dal maccheronico titolo “Bambino in botta dopo l’anestesia”. (Zeno&Battaglia)

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