Archivio per la categoria 3 stelle

Краш тест Запорожец – Приехали

di Nanogigter, durata 2’ 36’’, Romania, SovietRoarMovie, 19 ottobre 2008

Voto ***

Tra i fondatori della NouvelleCrash c’è il rumeno Nanogigter, artista multiforme, eclettico e coraggioso, regista di questo ottimo Краш тест Запорожец – Приехали. Un film che non si risparmia, ricco di sfaccettature, che all’inizio sembra aderire, o per lo meno ricordare un road movie. Potrebbe essere un My Own Private Valacchia, tanto per citare Gus Van Sant. Ma nel marasma dei road movie, dove spesso le fughe finisco male, o malissimo, qua la fuga non inizia nemmeno. Si interrompe subito, naufraga in partenza. Il volo finisce con un sonoro schianto al suolo, ancor prima del decollo: l’aereo deraglia e si spiaccica sulla pista di atterraggio. Il crash è dietro l’angolo. Non c’è niente di più triste. E, forse, non c’è niente di più comico. Se si pensa però che non si tratta di fuga, ma di quattro vitelloni nella periferia di un villaggio rumeno in sella a una vecchia automobile socialista truccata, ecco, il concetto stesso di comicità diventa addirittura inadeguato. Troppo generico. Краш тест Запорожец – Приехали gioca al sarcasmo, alla causticità, all’anticlimax. Certo, il momento in cui la macchina si cappotta è roboante. E sta proprio qui la particolarità di Nanogigter: nel trasformare un incidente da vecchia accademica comica in un evento raffinato, così raffinato da sfiorare la psichedelia. Nel convertire una possibile faciloneria umoristica, in un’eccellenza formale.

I SovietRoarMovie indugiano spesso in inutili dissolvenze, in montaggi sincopati da videoclip, in riprese da lontano (lontanissimo!), tanto sterili quanto soporifere, in tutto un almanacco di piacionerie edulcoranti e da botteghino. Nanogigter ribalta ogni certezza confezionata. Con una scelta semplice e coraggiosa: la corsa è una soggettiva. Cinica, claustrofobica, sporca, visionaria. Il volante ergonomico d’antàn (quando il servosterzo era ben in là da venire), il parabrezza semicoperto dalla lunga striscia arancione, la fronte del pilota sullo specchietto, lo zoom su uno sterminato, umido, sfiorente contado rumeno. Sembra di essere catapultati dentro un piano sequenza di Bela Tarr  accelerato alle 100 mph. Fino ai sussulti che precedono l’incidente e l’incidente stesso. Ecco la grandezza, ecco la professione d’indipendenza di Nanogigter che in poco più di due minuti distrugge il clichè dell’incidente spettacolare, fra voli pirotecnici e esplosioni incandescenti e ci consegna un mondo nuovo. In questo iperrealismo straniante le immagini non illustrano l’azione: ne fanno parte. La cinepresa non è appendice dell’atto dell’osservare: è essa stessa atto, pulsazione. Gli scatti, i movimenti, i colori, i rumori assordanti, sono mescolati in una centrifuga, in una poltiglia di cui si perdono progressivamente i contorni, sino al culmine dell’astrazione: il buio temporaneo che segue il botto. Dopodiché la luce ci mostra la macchina tumefatta, irrimediabilmente distrutta; i cerchioni pieni di erba che animali da pascolo non hanno avuto il coraggio di brucare. I tre ragazzi della via Paal si parano davanti a noi. Sembrano usciti da un romanzo di Mòlnar, da una versione analcolica di Trainspotting, dal retro delle Rotonde di Garlasco o dell’Alcatraz di Voghera, come se già nell’Oltrepò Pavese fosse stato seminato il germe di una provincia che dopo il crollo del muro è diventata uguale da qui fino agli Urali in questo abnorme, sterminato Occidente. E allora: zoomate cariche di malinconia sulle ammaccature, sui resti, sui detriti; colori sgranati, immagini che si smembrano. La macchina da presa segue a debita distanza l’incedere pesante e dinoccolato di SunBoy (il ragazzo con gli occhiali da sole), e quel corpo sproporzionato e acerbo tipico dei quindicenni. Al di là dell’adolescente la strada sterrata si curva e si chiude in una prospettiva profonda come un abisso. Lontano spunta un complesso di edifici dal profilo industriale; fra il riverbero delle coltri che coprono il cielo una costruzione altissima e scheletrica, quasi una torretta di guardia. La gita è finita, si torna a casa. I frame finali sono per l’automobile: sola e abbandonata, morta. L’ultimo dei superstiti (il ragazzo con la sigaretta e la camicia troppo grande) cammina grattandosi la testa.

Eccellente prova d’attore per tutto il cast; una fotografia mimetica, quasi prodigiosa, in grado di cambiare pelle, di squamarsi e ricomporsi durante le varie fasi del film. Краш тест Запорожец – Приехали è divertente, triste, raffinato, pop. Annichilente. Non tanto per lo scappottamento, e ci mancherebbe: la NouvelleCrash è piena di crash. Quanto per la parabola dei protagonisti e per le loro reazioni di fronte al naufragio della fuga. Il volo è possibile solo in quanto intenzione, sembra dirci Nanogigter. O perlomeno: sin quando penseremo di sfuggire da una condizione utilizzando quegli stessi strumenti che rendono quella condizione possibile, rimarremo schiavi d’un inganno. Di un futuro confezionato, intrappolati nelle gabbie della speranza. Nessun approdo, nessun ribaltamento sarà possibile. Vivremo schiavi dei nostri moncherini di fuga, dei nostri slanci falcidiati a metà. Alla stessa maniera, al termine di Краш тест Запорожец – Приехали, cosa resta dell’avventura iniziale? Il borbottìo d’un motore agonizzante, il silenzio che segue il fallimento. Poi si torna tutti indietro, come se non fosse successo niente. Senza piangere. Magari sghignazzando un poco sotto i baffetti minorenni. Ma con quel riso amaro, amarissimo che affonda le radici nella disillusione, nel laicismo orrendo del mondo dei consumi, nell’azzeramento di tutto ciò che è inarrivabile, nella beatificazione dei mezzi che ha reso (solo) virtualmente a portata di mano l’ignoto: le religioni oceaniche, la terra rossa e incolta, i tronchi carbonizzati delle foreste nere. Non c’è un altrove. Andare o restare è uguale. E allora vale la pena ridere.

antoinedoinel

Annunci

Lascia un commento

Ciccione asiatico che mangia – provate a non ridere ahaha

di HazeDesign, durata 4’10”, Italia \ Corea?, 27 Maggio 2013

Voto ***

Un ragazzo dal viso rotondo e dai lineamenti orientali apparecchia sul tavolo, in preda a un meticoloso invasamento, una truppa di vaschette di plastica sciaguattanti cibo e, nel frattempo, ghigna come un demone. Davanti a lui il computer trilla, squilla, guaisce, squinterna con i suoi mille gingle d’annunci pubblicitari e di messaggistica varia. Chi ci ha visto una Grande Abbuffata d’oriente ha limitato lo sguardo su uno dei segni in gioco (il cibo); c’è piuttosto la brillante osservazione del rapporto fra individuo, società e nuovi media, la distopica epigrammaticità, il soffocante naturalismo visionario d’un Charlie Brooker. Ma qui il protagonista ci è mostrato come cosa assoluta. Da quel che ne sappiamo potrebbe star seduto da sempre, o non avere le gambe, o essersi impiantato un paio di mouse dalle caviglie in giù. Questa è la sua condizione naturale.

lagrandebouffe7

La provocazione suprema del film di Ferreri (il suicidio gastronomico a opera d’un gruppo di borghesi in tutte le sue implicazioni iperrealiste, simboliche e politiche) e le dettagliate visioni di Black Mirror cedono il campo a una realtà immota, priva di gioie e tristezze, di lampi e frustrazioni, replicante se stessa all’infinito. Il ragazzo non ha deciso di isolarsi con dei suoi pari e uccidersi in maniera sofisticata. Anzi, verosimilmente, non ha deciso nulla. Ciò che vediamo è la sua vita. Il suo quotidiano. O meglio: il quotidiano di cui è schiavo. La reiterazione delle risate, le pletora di smorfie e versetti non hanno il respiro della parabola: paiono piuttosto una gif partorita dal Diavolo. La forma storia è stata sostituita da una forma slide, da un eterno presente che non conosce sviluppi, ma solo variazioni sul tema. (Una risata acuta, una grassa, una brodaglia che gocciola, un colpo di tosse e via da capo…) Tutto questo all’interno d’una cornice pulita, dalla fotografia limpida, domiciliare, appena slavata a cui HazeDesign concede giusto il lusso, sullo sfondo, d’un paio di colori accesi (il giallo e viola del letto). Ciò che ci è permesso osservare sono i risultati di qualcosa che è già avvenuto, chissà dove e chissà quando. Di un processo che la camera fissa (quasi “fossilizzata” verrebbe da dire) restituisce come cosa irreversibile e che ruota attorno a tre punti cardinali, che ci vengono mostrati nudi, ridotti all’osso, portati al baratro ultimo della perversione: il cibo, la tecnologia e la risata. Degli elementi che hanno smarrito la funzione e il significato originario e di cui l’uomo ormai non è che un’umbratile, allucinata appendice. E’ questo il futuro dell’umanità? Un bambolone gigante che se ne sta laggiù, dove niente vive, gode o soffre, recluso troppo recluso, servo del cibo e della cameretta, ignaro del mondo, delle stagioni, della natura, mentre il riso s’è trasformato in un latrato infernale?

Strepitosa prova d’attore che unisce all’umorismo istrionico di un Jerry Lewis il gusto per il non sense del cabaret di Karl Valentin e che dona profonda tridimensionalità a un’opera che altrimenti avrebbe rischiato di perdersi in un freddo e cattedratico esercizio profetico. Un’intepretazione ipnotica, perché caustica; e musicale sopra ogni cosa. Nei gesti che girano a vuoto, negli atti dannatamente mancati, nelle pause che son macigni, nelle ripetizioni e nelle ripetizioni di ripetizioni. Tanto che solo a visione terminata, qualche minuto, ora o giorno dopo, si è portati a farsi la domanda fondamentale: ma in Ciccione asiatico che mangia – provate a non ridere ahaha, alla fine, c’è forse qualcuno che mangia?

hardly

, , , , , , ,

Lascia un commento

Drunken Santa

di SidsPinkFloyd. Durata 1’10”, Regno Unito, 24 febbraio 2007, sonoro.

Voto ***

Manchester. Su una pista di pattinaggio un ubriaco vestito da Babbo Natale si contorce spasima sgambetta. Attorno a lui una ventina di persone, immobili come stalagmiti, gli danno le spalle. Opera muta a tema natalizio, Drunken Santa, più che riportarci alle origini del cinema, ci proietta nel futuro del balletto. Nel giro di un minuto assistiamo alla nascita e alla morte di un moderno Petruška. Di un burattino in rivolta che cerca di ribellarsi alla strafottenza delle leggi di gravità; di rimanere in piedi, ballare. E, fatalmente, perde. Rovina al suolo. Tutto avviene senza suoni, parole, o rumori di sottofondo. Una danza del silenzio (e in silenzio) dove il protagonista è solo, abbandonato al proprio grottesco e tragico destino. E mentre Santa Claus porta avanti la sua stupefacente lotta contro l’impossibile, tutti, se ne stanno fermi, ligi al loro dovere.  Tutti, tranne un bambino (vestito di rosso come il protagonista) che lo osserva. Accenna qualche movimento, lo imita. Poi Babbo Natale si schianta a terra. La legge- sino ad allora protagonista sorniona e invisibile della scena- irrompe, con arrogante celerità. Due uomini fosforescenti raccolgono i cocci del sogno e spengono la fiaba.

Apparentemente comico, ma profondamente disperante Drunken Santa è una sonata per arti e cartilagini di un (pingue) Pierrot delle nevi. Più che il canto di un cigno, il canto di un pinguino straziante e goffo.  Il grido di un burattino che ha deciso di danzare- e farsi uomo- in un mondo di pupazzi di ghiaccio.

(Consigliamo una prima visione senza sonoro. E una seconda, una terza, una quarta con questo sottofondo, o altri. A vostra scelta.)

Like this on Facebook

, , , , , , , , ,

1 Commento

Our Food Was Still Moving!!!

Our Food Was Still Moving!!!

#L’incorporazione del video è stato disattivata dall’utente. Potete guardarlo QUI.

di WolfgangChuck, 27 Marzo 2007, 34”, Giappone, sonoro

Voto ***

Okinawa. 2007. In un ristorante un gruppo di avventori se ne sta davanti a una barca da sushi. La barca è carica di pesce crudo, pezzi di carne morta e morbida, inoffensivi, pronti per essere divorati. Ai lati della barca due alberi maestri pieni di guglie filature antenne pinnacoli uncini e chele: sono due tronchi di crostaceo. Un brusio, più simile a quello di una mensa aziendale che ai bisbigli di un ristorante di lusso, fa da sottofondo al primissimo piano del crostaceo (mutilato dalla testa in giù) che si rianima sollevando le chele con agghiacciante lentezza.

Qualcuno si aspetterebbe, come da copione più volte collaudato, che la creatura diventi il mostro  orrorifico da cui tutti devono scappare, che si trasformi in un alien, in un furioso fantoccio gigheriano, o che cominci a spurgare fluidi vitali generando il terrore come in una visione di Lynch. E invece no. Our Food non è la storia di quattro amici in una tavola calda aggrediti da un mostro proteiforme, non è un horror al neon. E non è  un elogio del supplizio stile Hostel. E non è una feroce metafora sulla società contemporanea stile Cannibal Holocaust.

A dispetto delle facili interpretazioni e delle allegorie Our Food è prima di tutto la storia di un’aragosta che non viene uccisa ma viene “accompagnata”, spezzata in due, al cospetto dei commensali. I quali giocano con qualcosa che poi mangeranno. Ed è proprio il comportamento dei presenti, piuttosto che l’agonia dell’animale, a passare in primo piano: uno impugna la macchina fotografica per incorniciare l’evento, poi allunga una cannuccia e punzecchia il busto dell’animale, gli altri ridono. E’ sul mostro e sulla sua sorte che WolfgangChuck stringe l’obiettivo, accorda il suo sguardo. E lo spettatore assume il punto di vista del crostaceo.

Nel percorrere i vari gironi della tortura l’aragosta non si può giovare nemmeno della pietà altrui. La sua vita è considerata inferiore, ornamentale a quella dell’uomo. “Mangiare è un atto di potere” affermava Elias Canetti. Mangiare qualcosa di vivo, rilanciamo noi, attribuisce all’atto qualcosa di trionfale, e qualcosa di sottilmente antagonistico: una battaglia. Che – guarda caso – viene riprodotta, anche se per scherzo.

Our Food Was Still Moving!!

Quando alla fine del film la nave “salpa” verso l’altro lato della tavola, il piano sequenza asseconda la parabola delicata del vassoio, dando l’impressione che nessuno voglia accelerare la sorte dell’animale. (Che nessuno, sotto sotto, voglia mangiare.) Un’impressione accentuata dall’ambiente: asettico, talmente ordinario da espropriare l’azione dai concetti stessi di cui è composta (vita, morte, lotta, fame…), dai loro significati più contingenti, emarginando la morte della protagonista a un semplice atto di consumo di poco conto, senza vette mitiche, né orrori degni di scandalo.

D.F.Wallace scriveva: «Anche se coprite la pentola e vi girate dall’altra parte, di solito sentirete il coperchio che sbatacchia e sferraglia mentre l’aragosta cerca di spingerlo via per uscire». WolfgangChuck ha il merito di non girarsi dall’altra parte. (Zeno&Battaglia)

Like this on Facebook

, , , , , , , , , , ,

2 commenti

L’uomo più serio del mondo sulle montagne russe

Di FailBlogIt. Durata 2’06”, Italia, 5 Ottobre 2010, sonoro.

Voto ***

L’uomo più serio del mondo sale sulle montagne russe e, mentre il treno s’impenna e scende precipitosamente, fa sfoggio di un notevole autocontrollo. Il protagonista/regista tiene ferma la macchina da presa, dando vita a uno dei piani sequenza più rapidi e funambolici della storia. Ma il mostro sotto di lui si divincola, scarta di lato, si muove come un fulmine costringendolo a una lotta sorda e furibonda. Il genere delle imprese facete, che si presta spesso al ridersi addosso, al dare di gomito e agli ammiccamenti (Nando sul toro meccanico, i bevitori ruttatori di Coca Cola), sembra aver trovato il suo Buster Keaton, la sua maschera triste e “stupendamente anonima”.

Sommo per chi lo trova un’ironica allegoria dell’uomo inossidabile, che domina e si domina in un mondo rumoroso, frettoloso, fatto di gridolini e divertimenti coatti; pessimo per coloro che lo accusano di essere una scaltra operazione commerciale, una faciloneria simbolica, una sfida goliardica, L’uomo più serio del mondo sulle montagne russe ha il pregio di riaprire il dibattito su un genere spossato dalla serialità di pellicole mediocri e poco fantasiose.

Di sicuro sarebbe tutto più bello, coerente se non ci fosse quel finale compiaciuto che trasforma ciò che abbiamo visto in uno scherzo. In una scommessa tra amici. In una bravata complice. L’attore \ autore piega la testa, come a dire: “Visto? Son proprio un ganzo.”, in piena falsa modestia. E l’atmosfera sospesa, lunare dell’opera sprofonda come un’Atlantide.

A proposito di Buster Keaton, Carmelo Bene diceva: “Per Keaton non esiste né vittoria né sconfitta. Scopre che non si può perdere o vincere. Che non ci sono amici, né nemici. Scopre anche che non si nasce mai. Keaton anche quando è accanto alla realtà (la donna che ama, che ha cercato di conquistare per tutto il film…) è appiccicato con un cordone fantomatico, ombelicale.”. L’uomo più serio del mondo sulle montagne russe, almeno fino alla disastrosa boutade virile conclusiva, ci ricorda queste parole.

“Molti film sono solo fotografie di gente che parla”, diceva Alfred Hitchcock. “Questo film è solo la fotografia di un uomo che non parla”, sostengono invece i detrattori de L’uomo più serio del mondo. (Zeno&Battaglia)

Like this on Facebook

, , , , , , , , , , , , ,

Lascia un commento

Troppo ubriaco per ballare in piedi

di vinc388, 15 Gennaio 2008, 30”, Italia, sonor

Voto ***

Al termine di un rave party, mentre molti hanno già disteso i sacchi a pelo e altri se ne vanno via con passo sghembo, un uomo si distende come un sacco a pelo al suolo e, troppo stracco per ballare, agita gli arti  come un cetaceo arenato su una spiaggia della Versilia. Nel dilagante filone del neorealismo etilico,  fatto di pedinamenti ai danni di ubriachi filosofi, ubriachi in bici, ubriachi ubriachi, “troppo ubriaco per ballare in piedi” si ritaglia un capitolo a parte. Un genere in cui proliferano il noioso elogio della pazzia, la superficiale ricerca dello straordinario, la malcelata presa di giro e che spesso è ispirato dalla modesta pulsione di consolarsi e di sentirsi migliori tramite facili paragoni col diverso, il reietto, -bene – un genere così abusato è ancora in grado, per nostra fortuna, di dare vita a opere come “troppo ubriaco per ballare in piedi”: un raro esempio di adesione alle regioni dell’insanità, della perdità del sé, dei vicoli bui, delle strade perdute. L’uomo con la macchina da presa è divertito, ma non sarcastico, né adulatore o furbetto e gioca da pari con l’uomo davanti alla macchina da presa. Il dialogo, mano a mano che prosegue diventa un mano nella mano, un incedere abbracciati di uomini che condividono la sorte. Questa è la grande fascinazione che subisce l’autore davanti al ragazzo che balla. A tratti ne diventa così complice che si ha l’impressione che l’autore si trasformi nel personaggio imprevisto della sua stessa opera. E lo spettatore è furtivamente guidato a porsi certe domande: e se la macchina da presa  potesse ruotare di 180° cosa vedrei?, si chiede nel buio della stanza. Lo sguardo incantato di un regista? Il volto estasiato di un uomo in preda alle visioni, che ride osservando oltre i confini, là dove un uomo danza? Un altro ragazzo, identico al primo e steso per terra anche lui, perduto, smaniante anche lui?(Zeno&Battaglia)

Like this on Facebook

, , , , , , , , , , , , ,

3 commenti

Bobbe Malle

di TheBos93. Durata 0’46′, Italia, 30 Luglio 2007,  sonoro

Voto ***

Variazioni su un celebre tema di Bob Marley ad opera di un uomo di strada. Un classico. Una pietra di paragone. A differenza di molte pellicole simili e successive che spopolano sul web e che si distinguono per gli ammiccamenti commerciali e il vilipendio facilotto dell’anzianità – compiaciute indagini su tipici irregolari, musicarelli post-industriali, video blogger da marciapiede, inseguimenti a camera mobile di clochard rockstar, nonnine rap, ubriaconi inviperiti – Bobbe Malle è un’opera garbata che lascia spazio al protagonista (tale “Tony Cacone”) e alle sue sfumature. T.C. è indubbiamente cosciente di essere di fronte alla videocamera, sa di cantare per un pubblico che non conosce. Ma si presta senza patetica ingenuità e senza farsi divorare o dominare. E’ lui. Lì. Tony Cacone. E si lascia rubare, con complice spontaneità, un ritaglio del suo quotidiano mantenendo una purezza inscalfibile. Merito di TheBos93 che non interviene mai a guidare furbescamente la performance (un pessimo esempio in questo senso è Mario ‘U pezz San Cipriano d’Aversa) e che trasforma lo scenario on-the-road in una cornice sospesa: camera fissa stretta sul volto, immagine sgranata, colori plumbei e solo un piccolo spicchio di luce color metano a circoscrivere Tony in un en plen air irreale. Ottima la prestazione canora del protagonista, intrisa di nostalgica allegria. (Zeno&Battaglia)

, , , , , , ,

1 Commento

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: