Archivio per la categoria 2 stelle

Ragazza che impazzisce.

di ARBACASK, durata 1’16’’, Italia – ?,  8 febbraio 2013, Sonoro

Voto **

Una ragazza inizia a truccarsi. Prima in maniera normale. Poi, come impossessata, i suoi gesti diventano altro. L’atto del truccarsi degrada nell’autopunizione, nella costrizione. Il rossetto diventa il sangue di una ferita. Il fondotinta diventa una clava con cui deformarsi. E i movimenti si fanno scattosi, ridicoli, grotteschi, feticci di altri movimenti, di altre gestualità: quelle del ballo, della seduzione, del divertimento e della fruizione sessuale di massa. Il corpo della donna che aderisce in maniera dolorosa ai canoni sociali, ai dogmi del machismo. Alla fine rimane solo la faccia della protagonista, irrimediabilmente deformata, a guardarci come uno spettro, o come manifestazione sintetica della corruptione. La particolare proporzione dell’inquadratura (una specie di 9/16) sembra stringere in una morsa claustrofobica la protagonista, aggiungendo crudeltà al tutto.

Chi non ricorda Diane Ladd in Cuore Selvaggio di David Lynch? La maschera rossa e abbacinante della gelosia; la volontà drammatica di non voler abbandonare la giovinezza, le attrattive del proprio corpo: rimanere nel mondo vuol dire rimanere seducenti. Uno scavo psicologico barbaro, tra Bacon, Schiele e Munch. Una abnormità oscena che si sposa alla perfezione con un certo gusto per il racconto, tipicamente Lynchano (a metà tra lo stupefacente e il ridicolo). In Ragazza che impazzisce decade la narrazione, resta l’idea. Ma l’idea da sola, come un albero senza le foglie, rimane spoglia, ed è quindi un’ideuzza: secca e traballante. Resta un’opera che viaggia sullo stretto confine che divide il cinema dal teatro, la narrazione dal concettualismo, la finzione dalla performance: il tutto finalizzato alla critica sociale. Niente di nuovo. I primi film underground di Brian de Palma, un certo gusto anni ’70 da parabola sul consumismo, l’alienazione dell’uomo contemporaneo (le scene finali di Zabriesky Point di Antonioni, Tommy degli Who…): immaginari triti e ritriti. Così come lo sono gli strumenti compositivi. Dove finisce l’attore e inizia la persona? Dove finisce l’interpretazione e inizia la realtà? Formalmente ARBADASK gioca sull’ambiguità dei linguaggi. La protagonista rimane da sola davanti alla telecamera e ci si chiede: chi soffre è l’attore o il personaggio? Cinema superato, avanguardie teatrali d’antàn. In poche parole: conformismo. Involontario, forse. Ma senza un’anima muta che si muove sul percorso di una storia (anche sconclusionata) non rimane niente, perché ad oggi (col ventesimo secolo morto e sepolto, e il surrealismo oramai storicizzato) siamo sgamatissimi a decodificare gli arabeschi concettuali, i barbatrucchi patafisici, le burle dadaiste. È un fuoco di artifici in cui ci risulta tutto ripetitivo, pleonastico. Anche il titolo (“Ragazza che impazzisce”) è un accento, una sottolineatura che va a marcare qualcosa di già ultraevidente per chiunque.

Il tentativo è quello di volare alto, altissimo: decostruire all’infinito. E una volta per tutte. Ma alla fine si plana piano piano su qualcosa che assomiglia vagamente alla parodia di un provino per il Grande Fratello et similia. L’edonismo ha già fatto il suo corso, ed è in crisi piena senza bisogno di film come questo. È un tema ormai non più di attualità. Figuriamoci il binomio col nichilismo. Truccarsi/Sporcarsi, Pettinarsi/Ferirsi…la degenerazione del gesto…la cruda verità che si nasconde dietro l’abitudine edulcorata… Un’opera d’arte non può essere giudicata a sé stante, ma solo in relazione al contesto e all’epoca. Nel 1967 probabilmente saremmo stati attratti dall’originalità dell’operazione. Oggi, nel 2014, sbadigliamo di fronte al già-visto.

 In Wisthle for Piano, la sua opera più recente, ARBADASK si avvicina ancora di più all’installazione. Siamo quindi di nuovo lontani dal cinema. Ma più vicini al meta-cinema. Stringe più d’appresso delle verità impalpabili che riguardano tutti noi e il nostro noioso incedere pesante. Un’operazione più ordinata e matura, in cui non si sente il bisogno di anacronistiche critiche alla società o prese di posizione morali. L’inutile al cubo, il vuoto nel vuoto. Mentre di Ragazza che impazzisce ci resta solo la bravura dell’interprete e poco altro. (MichelangeloZeno&RemoBattaglia)

Cuore Selvaggio - Diane Ladd e la sua maschera di rossetto

Cuore Selvaggio – Diane Ladd e la sua maschera di rossetto

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Uomo Nudo corre e sbatte la faccia contro una vetrata risate

di Labanda deltubo, durata 23”, Italia – Inghilterra, 16 Gennaio 2011

Voto **

Un uomo nudo corre e sbatte la faccia contro una vetrata. Poi riprende a correre. Ecco, Uomo Nudo corre e sbatte la faccia contro una vetrata risate. Niente di più. Anzi, qualcosa di meno, vista l’ostentata presenza delle solite risatine da sit – com di sottofondo. E allora ci facciamo una domanda. “Loris, un brav’uomo che abita nella periferia romana, viene scambiato per un serial – killer già autore di numerosi delitti ai danni di donne innocenti. Risate per grandi e piccini. E’ questo “Il Mostro” di Roberto Benigni? Soltanto questo? E ancora: Un barbiere ebreo viene scambiato per il dittatore Adenoid Hynkel. Divertimento a non finire. Ricorda qualcosa? Uomo Nudo corre e sbatte la faccia contro una vetrata risate ricorda esattamente se stesso, senza schioppi di reni, slanci laterali o verticali, slalom prospettici.

“L’arte della catastrofe calcolata di Laurel & Hardy” (Morandini) e il lirismo allusivo di alcuni titoli della Wertmuller, raggiungono nel lavoro di Labanda deltubo la loro dimensione più spudoratamente sinottica, anestetica e beffarda. La costruzione del disastro, fatta di sospensioni, rimandi, d’accidenti dentro gli accidenti, di seduzione comica, è sostituita dalla brama delle “risate tutte pop-corn, ruttini al caramello e crepapelle” (Castigliola, 2009). Il titolo poi- fredda anticipazione degli avvenimenti- si arroga addirittura il diritto di descrivere le reazioni (inevitabili?) del pubblico (risate). Tutto è detto, svelato. E, allora, forse, tanto vale chiudere gli occhi e immaginarselo, un uomo nudo che corre per strada e poi… bam!
Certo, al momento dello schianto, è probabile che anche lo spettatore più scafato e serioso torca, un attimo almeno, il labbro.

Ma sarà come l’incresparsi impercettibile dell’acqua per il passaggio d’un lavarello solitario. Poi tutto tornerà come prima. In attesa dei veri capodogli.

Laurel and Hardy

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Cane si Incula Tragicamente una Signora per Bene

Ripubblichiamo, a grande richiesta, un classico.

di Anakin83to, durata 45”, Italia, 5 giugno 2010, sonoro

Voto ** e mezzo

Si potrebbe parlare di Cane Si Incula Tragicamente una Signora Per Bene come di una commedia degli equivoci. Ma qui equivoci non ce ne sono. Sembra di assistere a una danza fra razze animali: prima il cane si erge su due gambe e trascina la donna in un valzer roboante. Poi il caschè. Il cane e la donna entrambi quadrupedi. Questo film potrebbe parlare dell’uomo, dei suoi tabù, del rapporto servo – padrone. E potremmo parlare delle panoramiche a schiaffo di Anakin83to,  delle immagini crude e sgranate, di ciò che si cela dietro i latrati di una signora per bene. Potremmo farlo. Ma fondamentalmente questo film fa schiantare dal ridere. L’imbarazzo così umano della sventurata protagonista di questa pellicola la pone fra lo sterminato numero delle figure disgraziate che costellano la storia della comicità (dagli scivolatori sulle bucce di banana in poi passando per Fantozzi). L’effetto comico è facile se ottenuto accennando a un amplesso fra una donna e un animale. Ma qui l’amplesso è “oltremodo” accennato. E più che ricordarci le porno-imprese zoorastiche (del tutto leggendarie) di una Cicciolina, sembra citare le copule mitologiche, le procreazioni dei semidei. Cane Si Incula Tragicamente una Signora Per Bene è forse la storia di Pasifae? Ripropone antiche iconografie pagane? Innanzitutto fa schiantare dal ridere. (Zeno&Battaglia)

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Prova carretto da discesa

di aieie72, durata 32’’, Italia, 30 luglio 2010, sonoro.

Voto ** e mezzo.

Un ragazzo con un casco corre lungo una salita e ricompare su di un carretto lanciato in discesa. La camera fissa, appoggiata per terra in un angolino, annulla le gerarchia cinematografiche. Non ci sono scene più importanti di altre. E anche se il carretto percorre la discesa senza freni tutto appare immoto e la pellicola assume lo sguardo neutro delle stagioni (tanto che ci si potrebbe immaginare un secondo capitolo con la neve che scende e imbianca l’asfalto).

La ripresa regala una prospettiva arditissima che gioca con l’occhio (il carretto da minuscolo diventa immenso). Anche questa pellicola, come Ojo lupa e come altre nel suo genere, tende a giocare con la forma estetica e a non concludere. Così aieie72 ci lascia con un film che è lo specchio dell’idea formale che l’ha generato,un film ordinato, ma privo di palpiti. Più monco che essenziale. Inevitabilmente incompiuto. (Zeno&Battaglia)

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mio babbo..il nuovo germano mosconi–


di bocca5gtturbo, durata 51’’, Italia, 7 gennaio 2011, sonoro

Voto **e mezzo

Nell’eterogeneo e sterminato filone del verismo domestico siamo incappati in pellicole come l’irraggiungibile Sempre in famiglia di Frapparentesi.  Ma chi conosce i lavori del romagnolo bocca5gtturbo sa che si tratta di un autore che al tocco delicato preferisce la provocazione.  Laddove Frapparentesi ci restituisce un’immagine idilliaca del nido famigliare bocca5gtturbo ne illumina il grottesco rapporto con in tabù (Discussione in famiglia), le noiose e innocenti debolezze (bello e impossibile rovinata) gli angoli cupi di frustrazione e insofferenza.

Tuttavia nonostante mio babbo..il nuovo germano mosconi– ricalchi lo stile incendiario dei suoi fratelli, si distingue da essi per una base di partenza ricca di crudezza e tenerezza. L’iperbolica, spontanea reiterazione blasfema del protagonista dà forma a una violenza eccessiva, ridicola che rende tutto comico (come è da commedia il titolo della pellicola).

Accade così che le intenzioni di bocca5gtturbo diventino fin troppo sfottenti e anche mio babbo..il nuovo germano mosconi–, così come gli altri suoi lavori, lascia il materiale inesplorato, limitandosi a un’indagine superficiale, facendo assomigliare il film a un suo divertimento privato. (Zeno&Battaglia)

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eskimo guccini

Michelangelo Zeno e Remo Battaglia sono lieti di inaugurare una nuova sezione del (primo e) novissimo dizionario di youtube. Sarà dedicata alla musica. La terrà Aldo Barzollo. Si apre l’ultimo dell’anno proprio perché in un ultimo dell’anno di molti anni fa, quest’opera è stata girata. Buona lettura.

Di psalvustube. Durata 6’25”, Italia, 22 aprile 2007, sonoro.

Voto **e mezzo

Ben al di là dei soliti omaggi musicali, il lavoro di Capodanno di psalvustube ci consegna uno sguardo obliquo sul Giorno di Festa.

Un uomo arpeggia con classe Eskimo di F. Guccini. L’altro “guccineggia” mentre, con gesti di pacifica routine, stira e piega i vestiti. Suoi? Suoi e della sua donna? Suoi e dell’amico? Poco importa. A dare senso al tutto è solo l’assoluta – gioiosa e incosciente – distanza tra i ricordi della canzone e la realtà; tra la patetica, pantofolaia giornata festiva (non siamo forse vicini a una “domenica in Settembre”?)  e i volontarismi (un po’ arroganti) del testo. Non sono più “vent’anni fa”, la vita è diventata reale e l’uomo, sapientemente diviso in due dallo sguardo registico, se ne fa carico e al contempo gioca. Lo scarto è rafforzato dalla scelta del giorno, che apre lo spazio per lo scisma tra l’attesa della Festa, momento di abbandono ed abbondanza, e questo godimento in interno borghese ripreso a camera fissa. L’aura di incipiente anzianità, con la sua malinconia, è in realtà superata da una complicità che pervade tutta l’opera, resta sottotraccia, per rendersi esplicita nei sorrisi di intesa all’apparire del loro personalissimo “Gianni ritornato da londra” (chi non ne ha, di Gianni?), fino a coinvolgere lo stesso spettatore. A tratti prolissa, come la canzone che ne scandisce il tempo, rimane un’opera a suo modo ambiziosa, su un’imborghesimento che, sì, può essere felice, con le sue gioie e la sua dignità, alla Virzì. Ma che, come alcuni film di Virzì, è “come un ovosodo che non va nè in giù nè in su [1] “. (Aldo Barzollo)

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[1] Morando Morandini

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Discussione in famiglia

Di bocca5gtturbo. Durata 2’07”, Italia, 7 Gennaio 2011, sonoro.

Voto **e mezzo

Attorno a una tavola imbandita una famiglia discute di uno scabroso fatto avvenuto alcuni giorni prima (probabilmente capodanno) nella stessa casa: durante un ritrovo tra familiari una ragazza con una gonna molto corta e un ragazzo che aveva alzato un po’ il gomito si sono chiusi in bagno per lungo tempo. Per fare che? Discussione familiare  è un’opera spietata che non offre risposte e esige la partecipazione dello spettatore chiamato a  integrare i fatti mancanti con la fantasia e a ricostruire un percorso pieno di zone oscure. Ma non è la trama a interessare bocca5gtturbo, e sarebbe sbagliato inserire Discussione familiare nel filone dei gialli domestici (insoluti). La materia esplorata da bocca5gtturbo è la reazione dei protagonisti, è il corto circuito morale innescato di fronte a un fatto spiacevole e oltre le righe. Ognuno ha un proprio modo di reagire allo scandalo. Francesco (il canuto padrone di casa) è infervorato: sbuffa parole come “educazione” e “rispetto” accasciandosi sulla sedia, disarmato. Dall’altro capo del tavolo la moglie evita di dare giudizi azzardati, facendosi paladina di un principio di equilibrio e di considerazione dei fatti. E c’è chi “butta paglia sul fuoco”, e chi si limita a dire “magari è andato in bagno a sboccare”. Tutti coinvolti, giustizialisti o meno, nel gusto perverso del linciaggio. Ma il protagonista reale della scena è il ragazzo dietro la macchina da presa. Matteo scombina, aizza, non vuole trovare una risoluzione pacifica e menzognera (e forse è proprio di una bella menzogna che avrebbe bisogno Francesco). Gioca al gatto col topo con i protagonisti, ci si mette contro e, da bravo incendiario morale, sostiene le tesi più dannose per l’equilibrio famigliare, buttando lì testimonianze poco chiare e decontestualizzate (“ho sentito versi di lussuria”), alle quali anche lui stesso stenta a credere. Trasformando l’oscena unione accaduta in bagno in un pretesto per parlare d’altro. Non sono i due giovani ubriachi, ma è la famiglia a essere messa sotto processo da bocca5gtturbo, con le sue regole, il suo buon senso e i suoi ruoli. E’ la famiglia l’oggetto oscuro, il mistero. “Strane cose succedono a casa tua Francesco. Questa è una casa disonorata.”, provoca in apertura Matteo col fatale cinismo di uno Iago. Non è un caso la scelta di una soggettiva così marcata, quasi una farsa del Montgomery di Una Donna nel lago, e del genere poliziesco. E non è un caso che il video non finisca quando la famiglia arriva a una risoluzione del giallo (o a un’assimilazione collettiva del fatto), ma quando termina il divertimento di Matteo.(Zeno&Battaglia)

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