Archivio per settembre 2011

Stefanobi64, l’arte minimale e l’arte monumentale

Stefano in alta montagna

Il ciclo di video di stefanobi64 sono una serie di puntate ricche di consigli utili per gli appassionati della montagna. Si va da spiegazioni certosine sull’attrezzatura, a dimostrazioni di sopravvivenza durante escursioni lunghe dei giorni. Fare il pane outdoor, I nodi per il tarp o il telo tenda, Fornello da campeggio multi combustibile, lo Zaino (una serie di 7 episodi) sono solo alcuni dei titoli del regista-escursionista-attore.

L’arte minimale di stefanobi64 – a metà strada tra la guida video e le confessioni del cuore – ci parla di molte cose: la natura, la ricerca romantica di sé, il contatto friedrichiano col sublime e l’infinito, la paternità, i ricordi, la fatica di essere qualcosa di più, per sé e per gli altri (sono poderose alcune immagini di Stefano che guarda al di là della videocamera interrompendo brevemente il discorso e sembra cercare la sua immagine fra le montagne). Quando si parla di un’opera viene spesso naturale parlare anche del suo autore (soprattutto in casi come questo, dove l’uno e l’altro sono la stessa cosa). E allora dobbiamo dire che stefanobi64 è un regista di una generosità maestosa. E’ generoso perché va per noi dove noi non andremmo mai e dove nemmeno lui sa; è generoso perché vuole che la sua vita sia vissuta anche da noi e si getta nei mari del web, e si fa cibo per gli squali, e si fa poesia per i poeti, e nuota come nuoterebbe un uccello sperando di trovare un altro se stesso. Ciò che stupisce di quest’uomo è l’accorata fiducia nel mondo. Ciò che stupisce nella sua opera è che è monumentale, pregna del sudore di chi l’ha eseguita, come le piramidi o le cattedrali gotiche. Ha la forza poderosa e vitale di chi ha dato un senso al non senso, come un ragazzo di Via Paal, dove non esistono il gioco e la vita, ma dove il gioco è la vita. E così Stefano, mentre spiega dalla montagna come essere un buon escursionista, sembra vivere di fianco a noi, e per noi.

Ciaspolata dopo la bufera

Svariati video di stefanobi64 sono montati. Ciò vieta allo ZenoBattaglia di recensirli. Ci limiteremo ad analizzare quelli che hanno un montaggio minimo (il titolo di presentazione) facendo un’eccezione alle regole. Ciononostante, fra i montati, fra gli “irrecensibili”,  ci teniamo a consigliarne alcuni. In Bollire l’acqua in una bottiglia di plastica assistiamo esattamente al titolo: per tre minuti e trenta secondi una bottiglia di plastica piena d’acqua bolle a fuoco lento.

Ciaspolata dopo la bufera si apre con una sorta di falsa soggettiva e si trasforma in una partitura per camere fisse e dissolvenze. A metà strada fra Jack London  e il primo Antonioni, Ciaspolata dopo la bufera è un continuo gioco di specchi fra il punto di vista dell’autore e quello della natura che si conclude nella lunga panoramica finale dove il bianco della neve assorbe tutto – autore, telecamera, orizzonte- in una dissolvenza glaciale, naturale.

Ma in tutta la sterminata produzione di stefanobi64 Giacomo sugli Altipiani è forse l’opera più bella, unica e particolare. Pur essendo ricca di dissolvenze, scarti temporali e di interventi di post produzione Giacomo sugli altipiani è un’opera essenziale. Una struggente poesia per immagini che, come la migliore poesia, non dice e non chiude, ma evoca, spalanca. E che non merita di essere spiegata, ma letta le infinite volte necessarie a non comprenderla. O a farsi venire la voglia di leggerla ancora una volta. (Zeno&Battaglia)

Durante un'escursione

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Per consultare il sito di Stefano andate qui.

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Lo zaino – 4. Come si porta.

di stefanobi64, durata 5′ 32”, Italia, 3 settembre 2010, sonoro

Voto ****

Una cosa vuole dirci stefanobi64: che il peso dello zaino non si porta sulle spalle, ma sul bacino. Intorno a questo assunto stefanobi64 costruisce un’opera ramificata che si apre a aneddoti del passato (il militare negli alpini) e a precise dissertazioni tecniche (gli spallacci, le cinghie pettorali e ventrali) tenendo sempre a fuoco la tematica centrale. “Il peso dello zaino deve essere sempre tenuto sul bacino” finisce per trasformarsi in una formula ipnotica che appare d’improvviso fra le pieghe del discorso, che affiora secondo geometrie imprevedibili in un ossessivo impianto di aspettative, vuoti d’aria, colpi di scena, che torna quando meno te lo aspetti, come il consiglio di un vecchio saggio “il peso dello zaino deve essere…”, come un avvertimento dell’infanzia “il peso dello zaino…”, come l’eco di un sogno “il peso dello zaino…”.

Camera fissa. Il vento nel microfono. L’immensa montagna alle spalle. Nonostante i soliti e facili accostamenti con Into the Wild o le somiglianze formali e  poetiche con Grizzly Man, Lo Zaino- 4.Come si porta, sembra piuttosto affiancarsi a Ultime Parole, una delle prime opere di Werner Herzog. Molti hanno visto nel soggetto del cortometraggio del maestro tedesco (un vecchio che suona la cetra nell’isola di Creta) un pretesto per parlare del rapporto fra uomo e società, fra costrizione e libertà. Altri vi hanno visto il tentativo di fissare su pellicola la nascita e il diffondersi delle Leggenda. (Due poliziotti greci ripetono il mantra “Siamo andati a prenderlo laggiù, lo abbiamo salvato”; un isolano racconta sempre la stessa storia, sempre con le stesse identiche parole “Quando l’ultimo turco fuggì dall’isola \ Si buttò in mare da uno scoglio seguendo tutti gli altri \ Sulla roccia lasciò l’impronta del suo piede \ In quel punto gli isolani hanno costruito un altare e una cappella.”) Di sicuro, oltre a essere “metafora di” o “studio su” qualcosa, Ultime parole è un discorso sul cinema. Le strutture narrative- ripetitive, contraffatte dalla mano del regista- mostrano l’artificiosità che possiede (e deve possedere) anche una forma di presa diretta come il documentario.  L’irrealtà che sta dietro la realtà del cinema (e la realtà che sta dentro l’irrealtà del cinema).

Stesso discorso deve essere fatto per Lo Zaino 4 – Come si porta. Con la non trascurabile differenza che, in questo caso, il soggetto è il regista stesso.  E la realtà filmata non è alterata o riscritta, ma appare nuda, qualcosa di simile alla realtà stessa. Non c’è nessun artificio. Nessuno che da’ indicazioni dietro la macchina da presa. C’è solo Stefano, e il suo conturbante refrain. Ma allora, se la “realtà stessa” è così tremendamente simile al mantra artefatto dei poliziotti greci di Ultime Parole, “Che cos’è il Cinema”? E cosa vuole dirci, davvero, stefanobi64? Che il peso dello zaino si porta sul bacino? (Zeno&Battaglia)

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Discussione in famiglia

Di bocca5gtturbo. Durata 2’07”, Italia, 7 Gennaio 2011, sonoro.

Voto **e mezzo

Attorno a una tavola imbandita una famiglia discute di uno scabroso fatto avvenuto alcuni giorni prima (probabilmente capodanno) nella stessa casa: durante un ritrovo tra familiari una ragazza con una gonna molto corta e un ragazzo che aveva alzato un po’ il gomito si sono chiusi in bagno per lungo tempo. Per fare che? Discussione familiare  è un’opera spietata che non offre risposte e esige la partecipazione dello spettatore chiamato a  integrare i fatti mancanti con la fantasia e a ricostruire un percorso pieno di zone oscure. Ma non è la trama a interessare bocca5gtturbo, e sarebbe sbagliato inserire Discussione familiare nel filone dei gialli domestici (insoluti). La materia esplorata da bocca5gtturbo è la reazione dei protagonisti, è il corto circuito morale innescato di fronte a un fatto spiacevole e oltre le righe. Ognuno ha un proprio modo di reagire allo scandalo. Francesco (il canuto padrone di casa) è infervorato: sbuffa parole come “educazione” e “rispetto” accasciandosi sulla sedia, disarmato. Dall’altro capo del tavolo la moglie evita di dare giudizi azzardati, facendosi paladina di un principio di equilibrio e di considerazione dei fatti. E c’è chi “butta paglia sul fuoco”, e chi si limita a dire “magari è andato in bagno a sboccare”. Tutti coinvolti, giustizialisti o meno, nel gusto perverso del linciaggio. Ma il protagonista reale della scena è il ragazzo dietro la macchina da presa. Matteo scombina, aizza, non vuole trovare una risoluzione pacifica e menzognera (e forse è proprio di una bella menzogna che avrebbe bisogno Francesco). Gioca al gatto col topo con i protagonisti, ci si mette contro e, da bravo incendiario morale, sostiene le tesi più dannose per l’equilibrio famigliare, buttando lì testimonianze poco chiare e decontestualizzate (“ho sentito versi di lussuria”), alle quali anche lui stesso stenta a credere. Trasformando l’oscena unione accaduta in bagno in un pretesto per parlare d’altro. Non sono i due giovani ubriachi, ma è la famiglia a essere messa sotto processo da bocca5gtturbo, con le sue regole, il suo buon senso e i suoi ruoli. E’ la famiglia l’oggetto oscuro, il mistero. “Strane cose succedono a casa tua Francesco. Questa è una casa disonorata.”, provoca in apertura Matteo col fatale cinismo di uno Iago. Non è un caso la scelta di una soggettiva così marcata, quasi una farsa del Montgomery di Una Donna nel lago, e del genere poliziesco. E non è un caso che il video non finisca quando la famiglia arriva a una risoluzione del giallo (o a un’assimilazione collettiva del fatto), ma quando termina il divertimento di Matteo.(Zeno&Battaglia)

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L’uomo più serio del mondo sulle montagne russe

Di FailBlogIt. Durata 2’06”, Italia, 5 Ottobre 2010, sonoro.

Voto ***

L’uomo più serio del mondo sale sulle montagne russe e, mentre il treno s’impenna e scende precipitosamente, fa sfoggio di un notevole autocontrollo. Il protagonista/regista tiene ferma la macchina da presa, dando vita a uno dei piani sequenza più rapidi e funambolici della storia. Ma il mostro sotto di lui si divincola, scarta di lato, si muove come un fulmine costringendolo a una lotta sorda e furibonda. Il genere delle imprese facete, che si presta spesso al ridersi addosso, al dare di gomito e agli ammiccamenti (Nando sul toro meccanico, i bevitori ruttatori di Coca Cola), sembra aver trovato il suo Buster Keaton, la sua maschera triste e “stupendamente anonima”.

Sommo per chi lo trova un’ironica allegoria dell’uomo inossidabile, che domina e si domina in un mondo rumoroso, frettoloso, fatto di gridolini e divertimenti coatti; pessimo per coloro che lo accusano di essere una scaltra operazione commerciale, una faciloneria simbolica, una sfida goliardica, L’uomo più serio del mondo sulle montagne russe ha il pregio di riaprire il dibattito su un genere spossato dalla serialità di pellicole mediocri e poco fantasiose.

Di sicuro sarebbe tutto più bello, coerente se non ci fosse quel finale compiaciuto che trasforma ciò che abbiamo visto in uno scherzo. In una scommessa tra amici. In una bravata complice. L’attore \ autore piega la testa, come a dire: “Visto? Son proprio un ganzo.”, in piena falsa modestia. E l’atmosfera sospesa, lunare dell’opera sprofonda come un’Atlantide.

A proposito di Buster Keaton, Carmelo Bene diceva: “Per Keaton non esiste né vittoria né sconfitta. Scopre che non si può perdere o vincere. Che non ci sono amici, né nemici. Scopre anche che non si nasce mai. Keaton anche quando è accanto alla realtà (la donna che ama, che ha cercato di conquistare per tutto il film…) è appiccicato con un cordone fantomatico, ombelicale.”. L’uomo più serio del mondo sulle montagne russe, almeno fino alla disastrosa boutade virile conclusiva, ci ricorda queste parole.

“Molti film sono solo fotografie di gente che parla”, diceva Alfred Hitchcock. “Questo film è solo la fotografia di un uomo che non parla”, sostengono invece i detrattori de L’uomo più serio del mondo. (Zeno&Battaglia)

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Incredibile Escort, l’intervista di Terry de Nicolò

Con Terry de Nicolò e un uomo, Durata 4’ 36’’, Italia, 2011

In un salotto lussuoso e ricco di ornamenti una prostituta pugliese si confida con un giornalista tutto orecchie (e maglioncino).

Chi pensa a un remake di confronti datati come Frost/Nixon, Annunziata/Berlusconi è completamente fuori strada. Incredibile Escort, l’intervista di Terry De Nicolò non è basato sul fascino concitato dello scontro dialettico, sui trabocchetti e sulle insidie, sugli scambi salaci al fulmicotone: è l’indagine su una donna e sulla sua formazione culturale – a cui fanno da delicata cornice le domande del giornalista.

Teresa (ma per tutti è Terry) parla seduta sul divano di casa, soavemente appoggiata su cuscini foderati di raso, regalandoci un’immagine di rara staticità scultorea che ricorda i grandi capolavori della ritrattistica ottocentesca (pensiamo ad esempio all’Olympia di Manet). La dimestichezza con cui armonizza gesti e parole in una danza civettuola ci dice che Terry-Teresa è spesso abituata a mettere a proprio agio il suo interlocutore. Le  continue parentesi, i richiami, i flusso i e riflussi di parole, ci suggeriscono che Terry non è una donna. E’ una divagazione. E’ l’artefice di un discorso stellare che prende, parte e rimanda a nuove costellazioni per poi tornare alle vecchie orbite. Disquisizioni sull’etica, sull’uomo di natura (arrivando quasi a nominare l’homo homini lupus di Hobbes), calchi di vecchie frasi fasciste, riferimenti a Vittorio Sgarbi, al cattolicesimo, alla Prima Repubblica, all’estetica, alla moda, agli imperatori, alle mille e una notte… insomma: letteratura, immaginazione, filosofia post-cartesiana. Il tutto mescolato con un tono di piccata scocciatura da piccola, indomabile lolita. Le domande su tale Giampaolo Tarantini e un certo giro di tangenti sono solo il pretesto per fiondare l’opera nell’arcobaleno cinematografico delle speculazioni concettuali (tipo il Wittgenstein di Derek Jarman), dei monologhi onnicomprensivi (E. Norton in la25ora di Spike Lee) ma anche della meno nobile e vibrante luminescenza delle telenovelas.

Nel mondo di Terry (il mondo che lei ha imparato a cavalcare) gli uomini si dividono in pecore (tutti quelli che hanno un lavoro onesto) e leoni (i criminali). I primi sono quelli che “non devono rompere i coglioni”, mentre i secondi hanno uno stile sofisticato e sono più belli anche da vedere. Criticare questi ultimi significa esserne invidiosi. Ed è l’invidia il mostro da combattere, il drago dalla sette teste risvegliato in fase storiche alterne dalle correnti marxiste e da qualsiasi persona che sostenga idee di giustizia sociale. La vita per Terry è una lotta senza regole dove vince il più forte (ed è con grande timidezza che Terry nasconde sotto l’abito le cicatrici e le bruciature di mille battaglie).

Una prestazione sontuosa che avvicina Terry all’Olimpo delle dive, alla Gilda  della Hayworth, alla Donna Misteriosa della Garbo, e che annichilisce pubblico e co-protagonista  (il quale non si raccapezza un minuto) sino a trasformare Incredibile Escort, l’intervista di Terry De Nicolò in un film monografico d’altri tempi.

All’interno dell’opera viene anche citato il Presidente del Consiglio dei Ministri Silvio Berlusconi, quasi a voler dare alla storia una parvenza di plausibilità; come se ciò che abbiamo appena visto scorresse accanto a noi nel quotidiano. (Zeno&Battaglia)

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Nasce Horror TeleVaqui! La nuova sezione de Lo Zenobattaglia.

Horror TeleVaqui nasce dall’idea di recensire spezzoni di trasmissioni televisive pubblicate su YouTube come se fossero film d’autore, vivisezionando le forme di narrazione e di composizione; facendone un’analisi estetica e formale.

Ciò che accomuna i filmati di questa sezione a quelli amatoriali recensito da Lo ZenoBattaglia è l’assenza di ambizioni estetiche e di velleità artistiche. Ciò che li distingue invece è che i loro artefici sono totalmente coscienti di avere una funzione sacerdotale all’interno di una forma di comunicazione gerarchica.

L’avvento di internet ha demistificato l’oscura forza della televisione, lasciando il Monarca Catodico in mutande.

Il nostro intento è di raccontare la TV come pura partitura di immagini votata a una narrazione arbitraria: ovvero per ciò che è.

Michelangelo Zeno e Remo Battaglia

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Nicola il bracconiere

Di donatosf. Durata 2’’11”, Italia, 27 Settembre 2007, sonoro.

Voto **

Storia semiseria di Nicola, bracconiere provetto. Un ragazzo in tenuta da basket e con la fascia della Jamaica si aggira per i sentieri della Lucania. Come nei giochi dell’infanzia ogni cosa si dilata a dismisura. Le pietre sono montagne, la collinetta diventa una taiga, l’innocua preda (una biscia) assume contorni esotici sino a essere denominata “Il Serpente Nero della Papuasia.” Una sconclusionata fantasia tardo adolescenziale che possiede la forza dei bambini che giocano alla guerra. Ma il gioco è appena accennato e la bellezza dei temi è inquinata dall’evidente debolezza formale dell’opera e dalla superficialità di alcune scelte registiche: la voce fuori campo è un fiacco accompagnamento alle immagini, l’uso della macchina da presa è didascalico, il finale è una superflua, poco convinta e poco convincente, elegia parodistica dell’eremitaggio.(Zeno&Battaglia)

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