Articoli con tag Zeno

Prova carretto da discesa

di aieie72, durata 32’’, Italia, 30 luglio 2010, sonoro.

Voto ** e mezzo.

Un ragazzo con un casco corre lungo una salita e ricompare su di un carretto lanciato in discesa. La camera fissa, appoggiata per terra in un angolino, annulla le gerarchia cinematografiche. Non ci sono scene più importanti di altre. E anche se il carretto percorre la discesa senza freni tutto appare immoto e la pellicola assume lo sguardo neutro delle stagioni (tanto che ci si potrebbe immaginare un secondo capitolo con la neve che scende e imbianca l’asfalto).

La ripresa regala una prospettiva arditissima che gioca con l’occhio (il carretto da minuscolo diventa immenso). Anche questa pellicola, come Ojo lupa e come altre nel suo genere, tende a giocare con la forma estetica e a non concludere. Così aieie72 ci lascia con un film che è lo specchio dell’idea formale che l’ha generato,un film ordinato, ma privo di palpiti. Più monco che essenziale. Inevitabilmente incompiuto. (Zeno&Battaglia)

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Drunk Girl Pole Dancing Accident Wedding / Garota bêbada causa acidente em um casamento.

Di AndersonLuiis. Durata 1’31”, Polonia-Brasile(?), 19 Novembre 2009, , sonoro.

Voto *****

Esilarante, caustico, multiforme, scioccante, Alcolizzata rovina il matrimonio dell’amica è un capolavoro di apocalittico splendore. Durante una festa di matrimonio le persone ballano e scalciano a ritmo di musica, come da copione, circondando la sposa. Una ragazza dai capelli e dal vestito rosso si scatena al centro della pista. Trascinata dall’esaltazione agguanta lo sposo e balla con lui. La sposa rimane sullo sfondo. Emarginata, seduta in sé, osserva la vera regina della festa. AndersonLuiis riproduce il progressivo disorientamento della festeggiata, alternando zoom e primi piani di lei, a stacchi improvvisi sulla danzatrice.

Schiavi della Valchiria in rosso gli invitati pian piano stringono l’attenzione attorno all’ospite prodigiosa e ben presto una festa di matrimonio si tramuta nel trionfo di una barbara. Di una dea libidinosa. Tutti dimenticano la bianca e bionda sposa. Ma nei suoi occhi increduli, gonfi di indicibile livore, attraversati da oscuri presagi vediamo riflessa una tela simbolica di dimensioni megalitiche: la stizza abissale della donna umiliata dalla donna; l’orrore muto di una principessa che, come in una fiaba claustrofobica, è costretta, per incantesimo, a fissare l’angosciante futuro che la attende; lo squagliarsi come neve al sole di una civiltà posta di fronte al germe dell’anarché che di lì a poco decreterà col suo scroscio allarmante di ormoni e con i suoi palpiti di troppo la fine sua e di tutti i filistei.
La donna in rosso è il fuoco fatuo delle verità sepolte. In una cerimonia in cui si celebra la sacralità della famiglia una baccante diventa incontrollabile sirena del caos che vive sotterraneo alle convenzioni (e alle convinzioni) della specie umana. Nei suoi ululati scorgiamo la rappresentazione terrificante dell’uomo come bestia, ovverosia nel suo stato più cristallino e vitale, osceno e distruttivo. E infatti: nell’enfasi del ballo, l’ospite prodigiosa si attacca a un palo. Al pilastro portante del tendone sotto il quale si svolge la cerimoniosa, secolare festa di nozze. E tutto crolla. Anche la pellicola di AndersonLuiis non è più la stessa.
La musica è finita. L’alba del day after illumina un paesaggio postnucleare. Altra poetica, altre simbologie, saltando di palo in frasca, da un campo semantico all’altro, senza mai (ed è questo il miracolo del film) perdere l’organicità formale. Il mondo è ora ribaltato come un calzino: è l’assieparsi di una carovana di miserabili intorno alle ceneri del vitello d’oro: grida, pianti, nasi insanguinati, tacchi che schizzano come topi terrorizzati su ciuffi d’erba. Solo la stentorea, ma gratificante, presenza di due belle figone ci ricorda, come un antico rudere, l’odiosa ostinazione della tracotanza umana; il persistere dell’errore che sopravvive alle sue conseguenze. E qui l’allegoria diventa apocalittica. La morale disarmante.

Caravanserraglio di generi- dal musical, all’erotico, alla commedia, al cinema verità, a quello di guerra, con tuffi nella favola dell’orrore e ammiccamenti splatter. Una sconvolgente metafora sulla civiltà edonista? Un dramma sintetico sul crollo dell’impero? Una screwball comedy un po’ hard che si trasforma in una sagra della morte? Un clamoroso fake, un mockumentario coi fiocchi? O, semplicemente, una risata vi seppellirà?

Come ogni grande opera, Alcolizzata rovina il matrimonio dell’amica è entrata a far parte del chiassoso tourbillon delle interpretazioni. C’è chi lo avvicina a un pastiche underground alla Alberto Grifi e c’è chi vi vede- negli evidenti richiami (la festa di matrimonio, il caos e la follia finale)- un sintetico rifacimento de Il cacciatore di Cimino. (Zeno&Battaglia)

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eskimo guccini

Michelangelo Zeno e Remo Battaglia sono lieti di inaugurare una nuova sezione del (primo e) novissimo dizionario di youtube. Sarà dedicata alla musica. La terrà Aldo Barzollo. Si apre l’ultimo dell’anno proprio perché in un ultimo dell’anno di molti anni fa, quest’opera è stata girata. Buona lettura.

Di psalvustube. Durata 6’25”, Italia, 22 aprile 2007, sonoro.

Voto **e mezzo

Ben al di là dei soliti omaggi musicali, il lavoro di Capodanno di psalvustube ci consegna uno sguardo obliquo sul Giorno di Festa.

Un uomo arpeggia con classe Eskimo di F. Guccini. L’altro “guccineggia” mentre, con gesti di pacifica routine, stira e piega i vestiti. Suoi? Suoi e della sua donna? Suoi e dell’amico? Poco importa. A dare senso al tutto è solo l’assoluta – gioiosa e incosciente – distanza tra i ricordi della canzone e la realtà; tra la patetica, pantofolaia giornata festiva (non siamo forse vicini a una “domenica in Settembre”?)  e i volontarismi (un po’ arroganti) del testo. Non sono più “vent’anni fa”, la vita è diventata reale e l’uomo, sapientemente diviso in due dallo sguardo registico, se ne fa carico e al contempo gioca. Lo scarto è rafforzato dalla scelta del giorno, che apre lo spazio per lo scisma tra l’attesa della Festa, momento di abbandono ed abbondanza, e questo godimento in interno borghese ripreso a camera fissa. L’aura di incipiente anzianità, con la sua malinconia, è in realtà superata da una complicità che pervade tutta l’opera, resta sottotraccia, per rendersi esplicita nei sorrisi di intesa all’apparire del loro personalissimo “Gianni ritornato da londra” (chi non ne ha, di Gianni?), fino a coinvolgere lo stesso spettatore. A tratti prolissa, come la canzone che ne scandisce il tempo, rimane un’opera a suo modo ambiziosa, su un’imborghesimento che, sì, può essere felice, con le sue gioie e la sua dignità, alla Virzì. Ma che, come alcuni film di Virzì, è “come un ovosodo che non va nè in giù nè in su [1] “. (Aldo Barzollo)

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[1] Morando Morandini

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Drunken Santa

di SidsPinkFloyd. Durata 1’10”, Regno Unito, 24 febbraio 2007, sonoro.

Voto ***

Manchester. Su una pista di pattinaggio un ubriaco vestito da Babbo Natale si contorce spasima sgambetta. Attorno a lui una ventina di persone, immobili come stalagmiti, gli danno le spalle. Opera muta a tema natalizio, Drunken Santa, più che riportarci alle origini del cinema, ci proietta nel futuro del balletto. Nel giro di un minuto assistiamo alla nascita e alla morte di un moderno Petruška. Di un burattino in rivolta che cerca di ribellarsi alla strafottenza delle leggi di gravità; di rimanere in piedi, ballare. E, fatalmente, perde. Rovina al suolo. Tutto avviene senza suoni, parole, o rumori di sottofondo. Una danza del silenzio (e in silenzio) dove il protagonista è solo, abbandonato al proprio grottesco e tragico destino. E mentre Santa Claus porta avanti la sua stupefacente lotta contro l’impossibile, tutti, se ne stanno fermi, ligi al loro dovere.  Tutti, tranne un bambino (vestito di rosso come il protagonista) che lo osserva. Accenna qualche movimento, lo imita. Poi Babbo Natale si schianta a terra. La legge- sino ad allora protagonista sorniona e invisibile della scena- irrompe, con arrogante celerità. Due uomini fosforescenti raccolgono i cocci del sogno e spengono la fiaba.

Apparentemente comico, ma profondamente disperante Drunken Santa è una sonata per arti e cartilagini di un (pingue) Pierrot delle nevi. Più che il canto di un cigno, il canto di un pinguino straziante e goffo.  Il grido di un burattino che ha deciso di danzare- e farsi uomo- in un mondo di pupazzi di ghiaccio.

(Consigliamo una prima visione senza sonoro. E una seconda, una terza, una quarta con questo sottofondo, o altri. A vostra scelta.)

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Un rutto da primato! ragazza rutta

di iperluca, 29 ottobre 2007, durata 27”, Italia, sonoro

Voto *

La ricerca dell’affetto è un tema vecchio come Achille, e non ringiovanisce grazie a una pellicola approssimativa e goffa come Un rutto da primato! ragazza rutta.

Certe scelte registiche di iperluca- lo scavo sul volto, la ricerca di una “fissità illuminante“- tradiscono velleitarie ambizioni alla Bergman. Ormai non ci scandalizza più per un rutto e se la cosa fa poco ridere si rischia di annoiare lo spettatore. (Zeno&Battaglia)

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Our Food Was Still Moving!!!

Our Food Was Still Moving!!!

#L’incorporazione del video è stato disattivata dall’utente. Potete guardarlo QUI.

di WolfgangChuck, 27 Marzo 2007, 34”, Giappone, sonoro

Voto ***

Okinawa. 2007. In un ristorante un gruppo di avventori se ne sta davanti a una barca da sushi. La barca è carica di pesce crudo, pezzi di carne morta e morbida, inoffensivi, pronti per essere divorati. Ai lati della barca due alberi maestri pieni di guglie filature antenne pinnacoli uncini e chele: sono due tronchi di crostaceo. Un brusio, più simile a quello di una mensa aziendale che ai bisbigli di un ristorante di lusso, fa da sottofondo al primissimo piano del crostaceo (mutilato dalla testa in giù) che si rianima sollevando le chele con agghiacciante lentezza.

Qualcuno si aspetterebbe, come da copione più volte collaudato, che la creatura diventi il mostro  orrorifico da cui tutti devono scappare, che si trasformi in un alien, in un furioso fantoccio gigheriano, o che cominci a spurgare fluidi vitali generando il terrore come in una visione di Lynch. E invece no. Our Food non è la storia di quattro amici in una tavola calda aggrediti da un mostro proteiforme, non è un horror al neon. E non è  un elogio del supplizio stile Hostel. E non è una feroce metafora sulla società contemporanea stile Cannibal Holocaust.

A dispetto delle facili interpretazioni e delle allegorie Our Food è prima di tutto la storia di un’aragosta che non viene uccisa ma viene “accompagnata”, spezzata in due, al cospetto dei commensali. I quali giocano con qualcosa che poi mangeranno. Ed è proprio il comportamento dei presenti, piuttosto che l’agonia dell’animale, a passare in primo piano: uno impugna la macchina fotografica per incorniciare l’evento, poi allunga una cannuccia e punzecchia il busto dell’animale, gli altri ridono. E’ sul mostro e sulla sua sorte che WolfgangChuck stringe l’obiettivo, accorda il suo sguardo. E lo spettatore assume il punto di vista del crostaceo.

Nel percorrere i vari gironi della tortura l’aragosta non si può giovare nemmeno della pietà altrui. La sua vita è considerata inferiore, ornamentale a quella dell’uomo. “Mangiare è un atto di potere” affermava Elias Canetti. Mangiare qualcosa di vivo, rilanciamo noi, attribuisce all’atto qualcosa di trionfale, e qualcosa di sottilmente antagonistico: una battaglia. Che – guarda caso – viene riprodotta, anche se per scherzo.

Our Food Was Still Moving!!

Quando alla fine del film la nave “salpa” verso l’altro lato della tavola, il piano sequenza asseconda la parabola delicata del vassoio, dando l’impressione che nessuno voglia accelerare la sorte dell’animale. (Che nessuno, sotto sotto, voglia mangiare.) Un’impressione accentuata dall’ambiente: asettico, talmente ordinario da espropriare l’azione dai concetti stessi di cui è composta (vita, morte, lotta, fame…), dai loro significati più contingenti, emarginando la morte della protagonista a un semplice atto di consumo di poco conto, senza vette mitiche, né orrori degni di scandalo.

D.F.Wallace scriveva: «Anche se coprite la pentola e vi girate dall’altra parte, di solito sentirete il coperchio che sbatacchia e sferraglia mentre l’aragosta cerca di spingerlo via per uscire». WolfgangChuck ha il merito di non girarsi dall’altra parte. (Zeno&Battaglia)

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Washing Machine Self Destructs (Original)

La scheda tecnica qui sotto si riferisce al video originale che è stato rimosso. Il link al video, fornito da ascocaine, è adesso su youtube senza- fortunatamente- nessuna variazione all’originale, tranne il titolo (Mattone nella lavatrice).

Di Photonicinduction, durata 1′ 19”, Regno Unito,  29 Luglio 2010, sonoro.

Voto ****

In un giardinetto come tanti altri una lavatrice a carica frontale viene fatta girare a vuoto a una velocità spaventosa. Quando comincia a fumare e mostra i primi segni di cedimento un uomo infierisce su di lei, somministrandogli un mattone nel cestello. L’elettrodomestico diventa vittima della sua stessa forza centrifuga e si sfascia in mille pezzi. Rivisitazione del cult adolescenziale “Corto Circuito”, ha il pregio di stilizzare al massimo la brutalità della sopraffazione,  ma, a differenza dell’originale, manca di trama, ritmo avventuroso e inventiva. Una delle opere più originali fra gli snuff movie sulla violenza elettrodomestica (1. 2.), Washing Machine Self Destructs (Original) è una favola macabra sul sadismo dell’essere umano che, quando non può rifarsela con i propri simili si estende, come un morbo imperialista, verso nuovi e inesplorati territori. Bestie, fiumi, laghi, utensili, oggetti inanimati. Il finale- la lavatrice che si contorce al suolo in preda a un attacco epilettico- è di una crudezza esasperante. Lascia addosso un senso di profonda ingiustizia e frustrazione. Nel titolo- un piccolo gioiello di perfidia- risuona tutta l’odiosa e invulnerabile prepotenza del carnefice che fa il discorso funebre per la propria vittima. L’apice  dello sprezzo del forte nei confronti del debole, del potere che, dopo aver falciato i corpi dei propri oppositori, ne miete anche la memoria. Self Destructs? La lavatrice non aveva alcuna intenzione di uccidersi. Piuttosto è stata suicidata. (Zeno&Battaglia)

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Stefanobi64, l’arte minimale e l’arte monumentale

Stefano in alta montagna

Il ciclo di video di stefanobi64 sono una serie di puntate ricche di consigli utili per gli appassionati della montagna. Si va da spiegazioni certosine sull’attrezzatura, a dimostrazioni di sopravvivenza durante escursioni lunghe dei giorni. Fare il pane outdoor, I nodi per il tarp o il telo tenda, Fornello da campeggio multi combustibile, lo Zaino (una serie di 7 episodi) sono solo alcuni dei titoli del regista-escursionista-attore.

L’arte minimale di stefanobi64 – a metà strada tra la guida video e le confessioni del cuore – ci parla di molte cose: la natura, la ricerca romantica di sé, il contatto friedrichiano col sublime e l’infinito, la paternità, i ricordi, la fatica di essere qualcosa di più, per sé e per gli altri (sono poderose alcune immagini di Stefano che guarda al di là della videocamera interrompendo brevemente il discorso e sembra cercare la sua immagine fra le montagne). Quando si parla di un’opera viene spesso naturale parlare anche del suo autore (soprattutto in casi come questo, dove l’uno e l’altro sono la stessa cosa). E allora dobbiamo dire che stefanobi64 è un regista di una generosità maestosa. E’ generoso perché va per noi dove noi non andremmo mai e dove nemmeno lui sa; è generoso perché vuole che la sua vita sia vissuta anche da noi e si getta nei mari del web, e si fa cibo per gli squali, e si fa poesia per i poeti, e nuota come nuoterebbe un uccello sperando di trovare un altro se stesso. Ciò che stupisce di quest’uomo è l’accorata fiducia nel mondo. Ciò che stupisce nella sua opera è che è monumentale, pregna del sudore di chi l’ha eseguita, come le piramidi o le cattedrali gotiche. Ha la forza poderosa e vitale di chi ha dato un senso al non senso, come un ragazzo di Via Paal, dove non esistono il gioco e la vita, ma dove il gioco è la vita. E così Stefano, mentre spiega dalla montagna come essere un buon escursionista, sembra vivere di fianco a noi, e per noi.

Ciaspolata dopo la bufera

Svariati video di stefanobi64 sono montati. Ciò vieta allo ZenoBattaglia di recensirli. Ci limiteremo ad analizzare quelli che hanno un montaggio minimo (il titolo di presentazione) facendo un’eccezione alle regole. Ciononostante, fra i montati, fra gli “irrecensibili”,  ci teniamo a consigliarne alcuni. In Bollire l’acqua in una bottiglia di plastica assistiamo esattamente al titolo: per tre minuti e trenta secondi una bottiglia di plastica piena d’acqua bolle a fuoco lento.

Ciaspolata dopo la bufera si apre con una sorta di falsa soggettiva e si trasforma in una partitura per camere fisse e dissolvenze. A metà strada fra Jack London  e il primo Antonioni, Ciaspolata dopo la bufera è un continuo gioco di specchi fra il punto di vista dell’autore e quello della natura che si conclude nella lunga panoramica finale dove il bianco della neve assorbe tutto – autore, telecamera, orizzonte- in una dissolvenza glaciale, naturale.

Ma in tutta la sterminata produzione di stefanobi64 Giacomo sugli Altipiani è forse l’opera più bella, unica e particolare. Pur essendo ricca di dissolvenze, scarti temporali e di interventi di post produzione Giacomo sugli altipiani è un’opera essenziale. Una struggente poesia per immagini che, come la migliore poesia, non dice e non chiude, ma evoca, spalanca. E che non merita di essere spiegata, ma letta le infinite volte necessarie a non comprenderla. O a farsi venire la voglia di leggerla ancora una volta. (Zeno&Battaglia)

Durante un'escursione

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Per consultare il sito di Stefano andate qui.

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Lo zaino – 4. Come si porta.

di stefanobi64, durata 5′ 32”, Italia, 3 settembre 2010, sonoro

Voto ****

Una cosa vuole dirci stefanobi64: che il peso dello zaino non si porta sulle spalle, ma sul bacino. Intorno a questo assunto stefanobi64 costruisce un’opera ramificata che si apre a aneddoti del passato (il militare negli alpini) e a precise dissertazioni tecniche (gli spallacci, le cinghie pettorali e ventrali) tenendo sempre a fuoco la tematica centrale. “Il peso dello zaino deve essere sempre tenuto sul bacino” finisce per trasformarsi in una formula ipnotica che appare d’improvviso fra le pieghe del discorso, che affiora secondo geometrie imprevedibili in un ossessivo impianto di aspettative, vuoti d’aria, colpi di scena, che torna quando meno te lo aspetti, come il consiglio di un vecchio saggio “il peso dello zaino deve essere…”, come un avvertimento dell’infanzia “il peso dello zaino…”, come l’eco di un sogno “il peso dello zaino…”.

Camera fissa. Il vento nel microfono. L’immensa montagna alle spalle. Nonostante i soliti e facili accostamenti con Into the Wild o le somiglianze formali e  poetiche con Grizzly Man, Lo Zaino- 4.Come si porta, sembra piuttosto affiancarsi a Ultime Parole, una delle prime opere di Werner Herzog. Molti hanno visto nel soggetto del cortometraggio del maestro tedesco (un vecchio che suona la cetra nell’isola di Creta) un pretesto per parlare del rapporto fra uomo e società, fra costrizione e libertà. Altri vi hanno visto il tentativo di fissare su pellicola la nascita e il diffondersi delle Leggenda. (Due poliziotti greci ripetono il mantra “Siamo andati a prenderlo laggiù, lo abbiamo salvato”; un isolano racconta sempre la stessa storia, sempre con le stesse identiche parole “Quando l’ultimo turco fuggì dall’isola \ Si buttò in mare da uno scoglio seguendo tutti gli altri \ Sulla roccia lasciò l’impronta del suo piede \ In quel punto gli isolani hanno costruito un altare e una cappella.”) Di sicuro, oltre a essere “metafora di” o “studio su” qualcosa, Ultime parole è un discorso sul cinema. Le strutture narrative- ripetitive, contraffatte dalla mano del regista- mostrano l’artificiosità che possiede (e deve possedere) anche una forma di presa diretta come il documentario.  L’irrealtà che sta dietro la realtà del cinema (e la realtà che sta dentro l’irrealtà del cinema).

Stesso discorso deve essere fatto per Lo Zaino 4 – Come si porta. Con la non trascurabile differenza che, in questo caso, il soggetto è il regista stesso.  E la realtà filmata non è alterata o riscritta, ma appare nuda, qualcosa di simile alla realtà stessa. Non c’è nessun artificio. Nessuno che da’ indicazioni dietro la macchina da presa. C’è solo Stefano, e il suo conturbante refrain. Ma allora, se la “realtà stessa” è così tremendamente simile al mantra artefatto dei poliziotti greci di Ultime Parole, “Che cos’è il Cinema”? E cosa vuole dirci, davvero, stefanobi64? Che il peso dello zaino si porta sul bacino? (Zeno&Battaglia)

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Discussione in famiglia

Di bocca5gtturbo. Durata 2’07”, Italia, 7 Gennaio 2011, sonoro.

Voto **e mezzo

Attorno a una tavola imbandita una famiglia discute di uno scabroso fatto avvenuto alcuni giorni prima (probabilmente capodanno) nella stessa casa: durante un ritrovo tra familiari una ragazza con una gonna molto corta e un ragazzo che aveva alzato un po’ il gomito si sono chiusi in bagno per lungo tempo. Per fare che? Discussione familiare  è un’opera spietata che non offre risposte e esige la partecipazione dello spettatore chiamato a  integrare i fatti mancanti con la fantasia e a ricostruire un percorso pieno di zone oscure. Ma non è la trama a interessare bocca5gtturbo, e sarebbe sbagliato inserire Discussione familiare nel filone dei gialli domestici (insoluti). La materia esplorata da bocca5gtturbo è la reazione dei protagonisti, è il corto circuito morale innescato di fronte a un fatto spiacevole e oltre le righe. Ognuno ha un proprio modo di reagire allo scandalo. Francesco (il canuto padrone di casa) è infervorato: sbuffa parole come “educazione” e “rispetto” accasciandosi sulla sedia, disarmato. Dall’altro capo del tavolo la moglie evita di dare giudizi azzardati, facendosi paladina di un principio di equilibrio e di considerazione dei fatti. E c’è chi “butta paglia sul fuoco”, e chi si limita a dire “magari è andato in bagno a sboccare”. Tutti coinvolti, giustizialisti o meno, nel gusto perverso del linciaggio. Ma il protagonista reale della scena è il ragazzo dietro la macchina da presa. Matteo scombina, aizza, non vuole trovare una risoluzione pacifica e menzognera (e forse è proprio di una bella menzogna che avrebbe bisogno Francesco). Gioca al gatto col topo con i protagonisti, ci si mette contro e, da bravo incendiario morale, sostiene le tesi più dannose per l’equilibrio famigliare, buttando lì testimonianze poco chiare e decontestualizzate (“ho sentito versi di lussuria”), alle quali anche lui stesso stenta a credere. Trasformando l’oscena unione accaduta in bagno in un pretesto per parlare d’altro. Non sono i due giovani ubriachi, ma è la famiglia a essere messa sotto processo da bocca5gtturbo, con le sue regole, il suo buon senso e i suoi ruoli. E’ la famiglia l’oggetto oscuro, il mistero. “Strane cose succedono a casa tua Francesco. Questa è una casa disonorata.”, provoca in apertura Matteo col fatale cinismo di uno Iago. Non è un caso la scelta di una soggettiva così marcata, quasi una farsa del Montgomery di Una Donna nel lago, e del genere poliziesco. E non è un caso che il video non finisca quando la famiglia arriva a una risoluzione del giallo (o a un’assimilazione collettiva del fatto), ma quando termina il divertimento di Matteo.(Zeno&Battaglia)

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