Archivio per la categoria 3 stelle

Drunken Santa

di SidsPinkFloyd. Durata 1’10”, Regno Unito, 24 febbraio 2007, sonoro.

Voto ***

Manchester. Su una pista di pattinaggio un ubriaco vestito da Babbo Natale si contorce spasima sgambetta. Attorno a lui una ventina di persone, immobili come stalagmiti, gli danno le spalle. Opera muta a tema natalizio, Drunken Santa, più che riportarci alle origini del cinema, ci proietta nel futuro del balletto. Nel giro di un minuto assistiamo alla nascita e alla morte di un moderno Petruška. Di un burattino in rivolta che cerca di ribellarsi alla strafottenza delle leggi di gravità; di rimanere in piedi, ballare. E, fatalmente, perde. Rovina al suolo. Tutto avviene senza suoni, parole, o rumori di sottofondo. Una danza del silenzio (e in silenzio) dove il protagonista è solo, abbandonato al proprio grottesco e tragico destino. E mentre Santa Claus porta avanti la sua stupefacente lotta contro l’impossibile, tutti, se ne stanno fermi, ligi al loro dovere.  Tutti, tranne un bambino (vestito di rosso come il protagonista) che lo osserva. Accenna qualche movimento, lo imita. Poi Babbo Natale si schianta a terra. La legge- sino ad allora protagonista sorniona e invisibile della scena- irrompe, con arrogante celerità. Due uomini fosforescenti raccolgono i cocci del sogno e spengono la fiaba.

Apparentemente comico, ma profondamente disperante Drunken Santa è una sonata per arti e cartilagini di un (pingue) Pierrot delle nevi. Più che il canto di un cigno, il canto di un pinguino straziante e goffo.  Il grido di un burattino che ha deciso di danzare- e farsi uomo- in un mondo di pupazzi di ghiaccio.

(Consigliamo una prima visione senza sonoro. E una seconda, una terza, una quarta con questo sottofondo, o altri. A vostra scelta.)

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Our Food Was Still Moving!!!

Our Food Was Still Moving!!!

#L’incorporazione del video è stato disattivata dall’utente. Potete guardarlo QUI.

di WolfgangChuck, 27 Marzo 2007, 34”, Giappone, sonoro

Voto ***

Okinawa. 2007. In un ristorante un gruppo di avventori se ne sta davanti a una barca da sushi. La barca è carica di pesce crudo, pezzi di carne morta e morbida, inoffensivi, pronti per essere divorati. Ai lati della barca due alberi maestri pieni di guglie filature antenne pinnacoli uncini e chele: sono due tronchi di crostaceo. Un brusio, più simile a quello di una mensa aziendale che ai bisbigli di un ristorante di lusso, fa da sottofondo al primissimo piano del crostaceo (mutilato dalla testa in giù) che si rianima sollevando le chele con agghiacciante lentezza.

Qualcuno si aspetterebbe, come da copione più volte collaudato, che la creatura diventi il mostro  orrorifico da cui tutti devono scappare, che si trasformi in un alien, in un furioso fantoccio gigheriano, o che cominci a spurgare fluidi vitali generando il terrore come in una visione di Lynch. E invece no. Our Food non è la storia di quattro amici in una tavola calda aggrediti da un mostro proteiforme, non è un horror al neon. E non è  un elogio del supplizio stile Hostel. E non è una feroce metafora sulla società contemporanea stile Cannibal Holocaust.

A dispetto delle facili interpretazioni e delle allegorie Our Food è prima di tutto la storia di un’aragosta che non viene uccisa ma viene “accompagnata”, spezzata in due, al cospetto dei commensali. I quali giocano con qualcosa che poi mangeranno. Ed è proprio il comportamento dei presenti, piuttosto che l’agonia dell’animale, a passare in primo piano: uno impugna la macchina fotografica per incorniciare l’evento, poi allunga una cannuccia e punzecchia il busto dell’animale, gli altri ridono. E’ sul mostro e sulla sua sorte che WolfgangChuck stringe l’obiettivo, accorda il suo sguardo. E lo spettatore assume il punto di vista del crostaceo.

Nel percorrere i vari gironi della tortura l’aragosta non si può giovare nemmeno della pietà altrui. La sua vita è considerata inferiore, ornamentale a quella dell’uomo. “Mangiare è un atto di potere” affermava Elias Canetti. Mangiare qualcosa di vivo, rilanciamo noi, attribuisce all’atto qualcosa di trionfale, e qualcosa di sottilmente antagonistico: una battaglia. Che – guarda caso – viene riprodotta, anche se per scherzo.

Our Food Was Still Moving!!

Quando alla fine del film la nave “salpa” verso l’altro lato della tavola, il piano sequenza asseconda la parabola delicata del vassoio, dando l’impressione che nessuno voglia accelerare la sorte dell’animale. (Che nessuno, sotto sotto, voglia mangiare.) Un’impressione accentuata dall’ambiente: asettico, talmente ordinario da espropriare l’azione dai concetti stessi di cui è composta (vita, morte, lotta, fame…), dai loro significati più contingenti, emarginando la morte della protagonista a un semplice atto di consumo di poco conto, senza vette mitiche, né orrori degni di scandalo.

D.F.Wallace scriveva: «Anche se coprite la pentola e vi girate dall’altra parte, di solito sentirete il coperchio che sbatacchia e sferraglia mentre l’aragosta cerca di spingerlo via per uscire». WolfgangChuck ha il merito di non girarsi dall’altra parte. (Zeno&Battaglia)

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L’uomo più serio del mondo sulle montagne russe

Di FailBlogIt. Durata 2’06”, Italia, 5 Ottobre 2010, sonoro.

Voto ***

L’uomo più serio del mondo sale sulle montagne russe e, mentre il treno s’impenna e scende precipitosamente, fa sfoggio di un notevole autocontrollo. Il protagonista/regista tiene ferma la macchina da presa, dando vita a uno dei piani sequenza più rapidi e funambolici della storia. Ma il mostro sotto di lui si divincola, scarta di lato, si muove come un fulmine costringendolo a una lotta sorda e furibonda. Il genere delle imprese facete, che si presta spesso al ridersi addosso, al dare di gomito e agli ammiccamenti (Nando sul toro meccanico, i bevitori ruttatori di Coca Cola), sembra aver trovato il suo Buster Keaton, la sua maschera triste e “stupendamente anonima”.

Sommo per chi lo trova un’ironica allegoria dell’uomo inossidabile, che domina e si domina in un mondo rumoroso, frettoloso, fatto di gridolini e divertimenti coatti; pessimo per coloro che lo accusano di essere una scaltra operazione commerciale, una faciloneria simbolica, una sfida goliardica, L’uomo più serio del mondo sulle montagne russe ha il pregio di riaprire il dibattito su un genere spossato dalla serialità di pellicole mediocri e poco fantasiose.

Di sicuro sarebbe tutto più bello, coerente se non ci fosse quel finale compiaciuto che trasforma ciò che abbiamo visto in uno scherzo. In una scommessa tra amici. In una bravata complice. L’attore \ autore piega la testa, come a dire: “Visto? Son proprio un ganzo.”, in piena falsa modestia. E l’atmosfera sospesa, lunare dell’opera sprofonda come un’Atlantide.

A proposito di Buster Keaton, Carmelo Bene diceva: “Per Keaton non esiste né vittoria né sconfitta. Scopre che non si può perdere o vincere. Che non ci sono amici, né nemici. Scopre anche che non si nasce mai. Keaton anche quando è accanto alla realtà (la donna che ama, che ha cercato di conquistare per tutto il film…) è appiccicato con un cordone fantomatico, ombelicale.”. L’uomo più serio del mondo sulle montagne russe, almeno fino alla disastrosa boutade virile conclusiva, ci ricorda queste parole.

“Molti film sono solo fotografie di gente che parla”, diceva Alfred Hitchcock. “Questo film è solo la fotografia di un uomo che non parla”, sostengono invece i detrattori de L’uomo più serio del mondo. (Zeno&Battaglia)

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Troppo ubriaco per ballare in piedi

di vinc388, 15 Gennaio 2008, 30”, Italia, sonor

Voto ***

Al termine di un rave party, mentre molti hanno già disteso i sacchi a pelo e altri se ne vanno via con passo sghembo, un uomo si distende come un sacco a pelo al suolo e, troppo stracco per ballare, agita gli arti  come un cetaceo arenato su una spiaggia della Versilia. Nel dilagante filone del neorealismo etilico,  fatto di pedinamenti ai danni di ubriachi filosofi, ubriachi in bici, ubriachi ubriachi, “troppo ubriaco per ballare in piedi” si ritaglia un capitolo a parte. Un genere in cui proliferano il noioso elogio della pazzia, la superficiale ricerca dello straordinario, la malcelata presa di giro e che spesso è ispirato dalla modesta pulsione di consolarsi e di sentirsi migliori tramite facili paragoni col diverso, il reietto, -bene – un genere così abusato è ancora in grado, per nostra fortuna, di dare vita a opere come “troppo ubriaco per ballare in piedi”: un raro esempio di adesione alle regioni dell’insanità, della perdità del sé, dei vicoli bui, delle strade perdute. L’uomo con la macchina da presa è divertito, ma non sarcastico, né adulatore o furbetto e gioca da pari con l’uomo davanti alla macchina da presa. Il dialogo, mano a mano che prosegue diventa un mano nella mano, un incedere abbracciati di uomini che condividono la sorte. Questa è la grande fascinazione che subisce l’autore davanti al ragazzo che balla. A tratti ne diventa così complice che si ha l’impressione che l’autore si trasformi nel personaggio imprevisto della sua stessa opera. E lo spettatore è furtivamente guidato a porsi certe domande: e se la macchina da presa  potesse ruotare di 180° cosa vedrei?, si chiede nel buio della stanza. Lo sguardo incantato di un regista? Il volto estasiato di un uomo in preda alle visioni, che ride osservando oltre i confini, là dove un uomo danza? Un altro ragazzo, identico al primo e steso per terra anche lui, perduto, smaniante anche lui?(Zeno&Battaglia)

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Bobbe Malle

di TheBos93. Durata 0’46′, Italia, 30 Luglio 2007,  sonoro

Voto ***

Variazioni su un celebre tema di Bob Marley ad opera di un uomo di strada. Un classico. Una pietra di paragone. A differenza di molte pellicole simili e successive che spopolano sul web e che si distinguono per gli ammiccamenti commerciali e il vilipendio facilotto dell’anzianità – compiaciute indagini su tipici irregolari, musicarelli post-industriali, video blogger da marciapiede, inseguimenti a camera mobile di clochard rockstar, nonnine rap, ubriaconi inviperiti – Bobbe Malle è un’opera garbata che lascia spazio al protagonista (tale “Tony Cacone”) e alle sue sfumature. T.C. è indubbiamente cosciente di essere di fronte alla videocamera, sa di cantare per un pubblico che non conosce. Ma si presta senza patetica ingenuità e senza farsi divorare o dominare. E’ lui. Lì. Tony Cacone. E si lascia rubare, con complice spontaneità, un ritaglio del suo quotidiano mantenendo una purezza inscalfibile. Merito di TheBos93 che non interviene mai a guidare furbescamente la performance (un pessimo esempio in questo senso è Mario ‘U pezz San Cipriano d’Aversa) e che trasforma lo scenario on-the-road in una cornice sospesa: camera fissa stretta sul volto, immagine sgranata, colori plumbei e solo un piccolo spicchio di luce color metano a circoscrivere Tony in un en plen air irreale. Ottima la prestazione canora del protagonista, intrisa di nostalgica allegria. (Zeno&Battaglia)

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Ciccione che rincorre i piccioni in villa

di 94paprika. Durata 1’43′, Italia, 17 Agosto, 2010, sonoro

Voto ***

Un ragazzo sovrappeso rincorre dei piccioni in un parco, ma non riesce a prenderne neanche uno. Lui può solo correre e loro sanno volare. Alla fine deve rassegnarsi: uccidere l’homo faber che è in lui e vivere nel caos come una cometa. Se in Herzog (Grizzly Man) il bisogno di affetto dell’uomo si scontra con l’indifferenza della natura, in Ciccione che rincorre i piccioni in villa l’uomo finisce per diventare puro fattore biologico. Senza nessun tipo di costrutto dialettico o religioso, senza nessuna narrazione di sé. Nell’inquadratura del protagonista riverso sull’erba è racchiusa tutta l’estetica apocalittica di 94paprika. Le sequenze finali sono una restituzione brada della follia. La ripetizione ossessiva del termine piccione, i movimenti scomposti,  l’uomo che tuba rappresentano la sconfitta definitiva della ragione. Dopo millenni l’uomo ritorna alla preistoria. Gli interventi di paprika94 (i calci al protagonista, la ricorrente e incongrua voce fuori campo) ci ricordano troppo spesso che ciò che vediamo è ciò che la macchina da presa vuole farci vedere e non il mondo. Ma è talmente forte, bella e autonoma la prestazione incantata del protagonista che preferiamo dimenticare gli interventi della voce fuori campo per tutelare l’integrità del resto.

(ZenoBattaglia)

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il salto

Di fedecasab. Durata 0’32”, Italia, 31 Marzo 2007, sonoro.

Voto ***

In aperta campagna due ragazzi sfrecciano sui motorini, saltando su poggi e dossi. Il rumore del vento e il fischio delle marmitte fanno da sfondo, mentre i giovani giocano e balzano sui crinali. Ma il giocattolo diventa una lama tagliente, conducendoci all’improvviso e violento finale: uno dei due motorini si ribalta, scaraventando il conducente nel vuoto. Il film si interrompe proprio qui: nel momento in cui il ragazzo spicca il volo. In un’ideale fermo immagine (tecnicamente: un fermo immagine in movimento) che non concede niente al voyeurismo splatter degli ultimi decenni.

Fedecasab non asseconda e non conclude la “parabola di sangue”: le lussazioni, le fratture, gli infortuni. Mostra tutt’altro: il tempo che può essere bloccato solo per finta in una dilatazione temporale enorme che sembra replicare il volo all’infinito, oltre la forza di gravità. Che qua, in ultima istanza, a ben guardare non esiste. Ma solo per finta.  (Zeno&Battaglia)

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Motoraduno lago Di Suviana 2007

di easyrider70. Durata 0’24”, Italia, 15 Luglio 2007, sonoro.

Voto ***

Un semplice avvenimento: sette amici su un mezzo a tre ruote fanno un’impennata.

La scarsa risoluzione, la sgranatura dell’immagine, spezzetta la realtà, ne annulla i contorni, trasformando un motoraduno sulle rive del lago di Suviana in un evento della percezione visiva. La bella stagione getta raggi di luce cocente e proietta salubri ombre dove le persone trovano riparo, e tutto sembra traslucido e essenziale. Come una pittata impressionista dove non appaiono figure e colori ma figure di colori. Non ci sono i soggetti umani propri di un Degas, ma le situazioni mondane sembrano quelle di Monet: l’aria aperta, la natura verde, l’ombrello che ripara dal sole, il bar, il godimento dell’ozio, i crocchi gioviali… E così ci pare di assistere, più che all’impennata di un’apecross, al passaggio di una barca blu: placida, dondolante sulle acque della Senna.

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