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Cane si Incula Tragicamente una Signora per Bene

Ripubblichiamo, a grande richiesta, un classico.

di Anakin83to, durata 45”, Italia, 5 giugno 2010, sonoro

Voto ** e mezzo

Si potrebbe parlare di Cane Si Incula Tragicamente una Signora Per Bene come di una commedia degli equivoci. Ma qui equivoci non ce ne sono. Sembra di assistere a una danza fra razze animali: prima il cane si erge su due gambe e trascina la donna in un valzer roboante. Poi il caschè. Il cane e la donna entrambi quadrupedi. Questo film potrebbe parlare dell’uomo, dei suoi tabù, del rapporto servo – padrone. E potremmo parlare delle panoramiche a schiaffo di Anakin83to,  delle immagini crude e sgranate, di ciò che si cela dietro i latrati di una signora per bene. Potremmo farlo. Ma fondamentalmente questo film fa schiantare dal ridere. L’imbarazzo così umano della sventurata protagonista di questa pellicola la pone fra lo sterminato numero delle figure disgraziate che costellano la storia della comicità (dagli scivolatori sulle bucce di banana in poi passando per Fantozzi). L’effetto comico è facile se ottenuto accennando a un amplesso fra una donna e un animale. Ma qui l’amplesso è “oltremodo” accennato. E più che ricordarci le porno-imprese zoorastiche (del tutto leggendarie) di una Cicciolina, sembra citare le copule mitologiche, le procreazioni dei semidei. Cane Si Incula Tragicamente una Signora Per Bene è forse la storia di Pasifae? Ripropone antiche iconografie pagane? Innanzitutto fa schiantare dal ridere. (Zeno&Battaglia)

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Prova carretto da discesa

di aieie72, durata 32’’, Italia, 30 luglio 2010, sonoro.

Voto ** e mezzo.

Un ragazzo con un casco corre lungo una salita e ricompare su di un carretto lanciato in discesa. La camera fissa, appoggiata per terra in un angolino, annulla le gerarchia cinematografiche. Non ci sono scene più importanti di altre. E anche se il carretto percorre la discesa senza freni tutto appare immoto e la pellicola assume lo sguardo neutro delle stagioni (tanto che ci si potrebbe immaginare un secondo capitolo con la neve che scende e imbianca l’asfalto).

La ripresa regala una prospettiva arditissima che gioca con l’occhio (il carretto da minuscolo diventa immenso). Anche questa pellicola, come Ojo lupa e come altre nel suo genere, tende a giocare con la forma estetica e a non concludere. Così aieie72 ci lascia con un film che è lo specchio dell’idea formale che l’ha generato,un film ordinato, ma privo di palpiti. Più monco che essenziale. Inevitabilmente incompiuto. (Zeno&Battaglia)

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mio babbo..il nuovo germano mosconi–


di bocca5gtturbo, durata 51’’, Italia, 7 gennaio 2011, sonoro

Voto **e mezzo

Nell’eterogeneo e sterminato filone del verismo domestico siamo incappati in pellicole come l’irraggiungibile Sempre in famiglia di Frapparentesi.  Ma chi conosce i lavori del romagnolo bocca5gtturbo sa che si tratta di un autore che al tocco delicato preferisce la provocazione.  Laddove Frapparentesi ci restituisce un’immagine idilliaca del nido famigliare bocca5gtturbo ne illumina il grottesco rapporto con in tabù (Discussione in famiglia), le noiose e innocenti debolezze (bello e impossibile rovinata) gli angoli cupi di frustrazione e insofferenza.

Tuttavia nonostante mio babbo..il nuovo germano mosconi– ricalchi lo stile incendiario dei suoi fratelli, si distingue da essi per una base di partenza ricca di crudezza e tenerezza. L’iperbolica, spontanea reiterazione blasfema del protagonista dà forma a una violenza eccessiva, ridicola che rende tutto comico (come è da commedia il titolo della pellicola).

Accade così che le intenzioni di bocca5gtturbo diventino fin troppo sfottenti e anche mio babbo..il nuovo germano mosconi–, così come gli altri suoi lavori, lascia il materiale inesplorato, limitandosi a un’indagine superficiale, facendo assomigliare il film a un suo divertimento privato. (Zeno&Battaglia)

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Drunk Girl Pole Dancing Accident Wedding / Garota bêbada causa acidente em um casamento.

Di AndersonLuiis. Durata 1’31”, Polonia-Brasile(?), 19 Novembre 2009, , sonoro.

Voto *****

Esilarante, caustico, multiforme, scioccante, Alcolizzata rovina il matrimonio dell’amica è un capolavoro di apocalittico splendore. Durante una festa di matrimonio le persone ballano e scalciano a ritmo di musica, come da copione, circondando la sposa. Una ragazza dai capelli e dal vestito rosso si scatena al centro della pista. Trascinata dall’esaltazione agguanta lo sposo e balla con lui. La sposa rimane sullo sfondo. Emarginata, seduta in sé, osserva la vera regina della festa. AndersonLuiis riproduce il progressivo disorientamento della festeggiata, alternando zoom e primi piani di lei, a stacchi improvvisi sulla danzatrice.

Schiavi della Valchiria in rosso gli invitati pian piano stringono l’attenzione attorno all’ospite prodigiosa e ben presto una festa di matrimonio si tramuta nel trionfo di una barbara. Di una dea libidinosa. Tutti dimenticano la bianca e bionda sposa. Ma nei suoi occhi increduli, gonfi di indicibile livore, attraversati da oscuri presagi vediamo riflessa una tela simbolica di dimensioni megalitiche: la stizza abissale della donna umiliata dalla donna; l’orrore muto di una principessa che, come in una fiaba claustrofobica, è costretta, per incantesimo, a fissare l’angosciante futuro che la attende; lo squagliarsi come neve al sole di una civiltà posta di fronte al germe dell’anarché che di lì a poco decreterà col suo scroscio allarmante di ormoni e con i suoi palpiti di troppo la fine sua e di tutti i filistei.
La donna in rosso è il fuoco fatuo delle verità sepolte. In una cerimonia in cui si celebra la sacralità della famiglia una baccante diventa incontrollabile sirena del caos che vive sotterraneo alle convenzioni (e alle convinzioni) della specie umana. Nei suoi ululati scorgiamo la rappresentazione terrificante dell’uomo come bestia, ovverosia nel suo stato più cristallino e vitale, osceno e distruttivo. E infatti: nell’enfasi del ballo, l’ospite prodigiosa si attacca a un palo. Al pilastro portante del tendone sotto il quale si svolge la cerimoniosa, secolare festa di nozze. E tutto crolla. Anche la pellicola di AndersonLuiis non è più la stessa.
La musica è finita. L’alba del day after illumina un paesaggio postnucleare. Altra poetica, altre simbologie, saltando di palo in frasca, da un campo semantico all’altro, senza mai (ed è questo il miracolo del film) perdere l’organicità formale. Il mondo è ora ribaltato come un calzino: è l’assieparsi di una carovana di miserabili intorno alle ceneri del vitello d’oro: grida, pianti, nasi insanguinati, tacchi che schizzano come topi terrorizzati su ciuffi d’erba. Solo la stentorea, ma gratificante, presenza di due belle figone ci ricorda, come un antico rudere, l’odiosa ostinazione della tracotanza umana; il persistere dell’errore che sopravvive alle sue conseguenze. E qui l’allegoria diventa apocalittica. La morale disarmante.

Caravanserraglio di generi- dal musical, all’erotico, alla commedia, al cinema verità, a quello di guerra, con tuffi nella favola dell’orrore e ammiccamenti splatter. Una sconvolgente metafora sulla civiltà edonista? Un dramma sintetico sul crollo dell’impero? Una screwball comedy un po’ hard che si trasforma in una sagra della morte? Un clamoroso fake, un mockumentario coi fiocchi? O, semplicemente, una risata vi seppellirà?

Come ogni grande opera, Alcolizzata rovina il matrimonio dell’amica è entrata a far parte del chiassoso tourbillon delle interpretazioni. C’è chi lo avvicina a un pastiche underground alla Alberto Grifi e c’è chi vi vede- negli evidenti richiami (la festa di matrimonio, il caos e la follia finale)- un sintetico rifacimento de Il cacciatore di Cimino. (Zeno&Battaglia)

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eskimo guccini

Michelangelo Zeno e Remo Battaglia sono lieti di inaugurare una nuova sezione del (primo e) novissimo dizionario di youtube. Sarà dedicata alla musica. La terrà Aldo Barzollo. Si apre l’ultimo dell’anno proprio perché in un ultimo dell’anno di molti anni fa, quest’opera è stata girata. Buona lettura.

Di psalvustube. Durata 6’25”, Italia, 22 aprile 2007, sonoro.

Voto **e mezzo

Ben al di là dei soliti omaggi musicali, il lavoro di Capodanno di psalvustube ci consegna uno sguardo obliquo sul Giorno di Festa.

Un uomo arpeggia con classe Eskimo di F. Guccini. L’altro “guccineggia” mentre, con gesti di pacifica routine, stira e piega i vestiti. Suoi? Suoi e della sua donna? Suoi e dell’amico? Poco importa. A dare senso al tutto è solo l’assoluta – gioiosa e incosciente – distanza tra i ricordi della canzone e la realtà; tra la patetica, pantofolaia giornata festiva (non siamo forse vicini a una “domenica in Settembre”?)  e i volontarismi (un po’ arroganti) del testo. Non sono più “vent’anni fa”, la vita è diventata reale e l’uomo, sapientemente diviso in due dallo sguardo registico, se ne fa carico e al contempo gioca. Lo scarto è rafforzato dalla scelta del giorno, che apre lo spazio per lo scisma tra l’attesa della Festa, momento di abbandono ed abbondanza, e questo godimento in interno borghese ripreso a camera fissa. L’aura di incipiente anzianità, con la sua malinconia, è in realtà superata da una complicità che pervade tutta l’opera, resta sottotraccia, per rendersi esplicita nei sorrisi di intesa all’apparire del loro personalissimo “Gianni ritornato da londra” (chi non ne ha, di Gianni?), fino a coinvolgere lo stesso spettatore. A tratti prolissa, come la canzone che ne scandisce il tempo, rimane un’opera a suo modo ambiziosa, su un’imborghesimento che, sì, può essere felice, con le sue gioie e la sua dignità, alla Virzì. Ma che, come alcuni film di Virzì, è “come un ovosodo che non va nè in giù nè in su [1] “. (Aldo Barzollo)

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[1] Morando Morandini

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Drunken Santa

di SidsPinkFloyd. Durata 1’10”, Regno Unito, 24 febbraio 2007, sonoro.

Voto ***

Manchester. Su una pista di pattinaggio un ubriaco vestito da Babbo Natale si contorce spasima sgambetta. Attorno a lui una ventina di persone, immobili come stalagmiti, gli danno le spalle. Opera muta a tema natalizio, Drunken Santa, più che riportarci alle origini del cinema, ci proietta nel futuro del balletto. Nel giro di un minuto assistiamo alla nascita e alla morte di un moderno Petruška. Di un burattino in rivolta che cerca di ribellarsi alla strafottenza delle leggi di gravità; di rimanere in piedi, ballare. E, fatalmente, perde. Rovina al suolo. Tutto avviene senza suoni, parole, o rumori di sottofondo. Una danza del silenzio (e in silenzio) dove il protagonista è solo, abbandonato al proprio grottesco e tragico destino. E mentre Santa Claus porta avanti la sua stupefacente lotta contro l’impossibile, tutti, se ne stanno fermi, ligi al loro dovere.  Tutti, tranne un bambino (vestito di rosso come il protagonista) che lo osserva. Accenna qualche movimento, lo imita. Poi Babbo Natale si schianta a terra. La legge- sino ad allora protagonista sorniona e invisibile della scena- irrompe, con arrogante celerità. Due uomini fosforescenti raccolgono i cocci del sogno e spengono la fiaba.

Apparentemente comico, ma profondamente disperante Drunken Santa è una sonata per arti e cartilagini di un (pingue) Pierrot delle nevi. Più che il canto di un cigno, il canto di un pinguino straziante e goffo.  Il grido di un burattino che ha deciso di danzare- e farsi uomo- in un mondo di pupazzi di ghiaccio.

(Consigliamo una prima visione senza sonoro. E una seconda, una terza, una quarta con questo sottofondo, o altri. A vostra scelta.)

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Un rutto da primato! ragazza rutta

di iperluca, 29 ottobre 2007, durata 27”, Italia, sonoro

Voto *

La ricerca dell’affetto è un tema vecchio come Achille, e non ringiovanisce grazie a una pellicola approssimativa e goffa come Un rutto da primato! ragazza rutta.

Certe scelte registiche di iperluca- lo scavo sul volto, la ricerca di una “fissità illuminante“- tradiscono velleitarie ambizioni alla Bergman. Ormai non ci scandalizza più per un rutto e se la cosa fa poco ridere si rischia di annoiare lo spettatore. (Zeno&Battaglia)

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Our Food Was Still Moving!!!

Our Food Was Still Moving!!!

#L’incorporazione del video è stato disattivata dall’utente. Potete guardarlo QUI.

di WolfgangChuck, 27 Marzo 2007, 34”, Giappone, sonoro

Voto ***

Okinawa. 2007. In un ristorante un gruppo di avventori se ne sta davanti a una barca da sushi. La barca è carica di pesce crudo, pezzi di carne morta e morbida, inoffensivi, pronti per essere divorati. Ai lati della barca due alberi maestri pieni di guglie filature antenne pinnacoli uncini e chele: sono due tronchi di crostaceo. Un brusio, più simile a quello di una mensa aziendale che ai bisbigli di un ristorante di lusso, fa da sottofondo al primissimo piano del crostaceo (mutilato dalla testa in giù) che si rianima sollevando le chele con agghiacciante lentezza.

Qualcuno si aspetterebbe, come da copione più volte collaudato, che la creatura diventi il mostro  orrorifico da cui tutti devono scappare, che si trasformi in un alien, in un furioso fantoccio gigheriano, o che cominci a spurgare fluidi vitali generando il terrore come in una visione di Lynch. E invece no. Our Food non è la storia di quattro amici in una tavola calda aggrediti da un mostro proteiforme, non è un horror al neon. E non è  un elogio del supplizio stile Hostel. E non è una feroce metafora sulla società contemporanea stile Cannibal Holocaust.

A dispetto delle facili interpretazioni e delle allegorie Our Food è prima di tutto la storia di un’aragosta che non viene uccisa ma viene “accompagnata”, spezzata in due, al cospetto dei commensali. I quali giocano con qualcosa che poi mangeranno. Ed è proprio il comportamento dei presenti, piuttosto che l’agonia dell’animale, a passare in primo piano: uno impugna la macchina fotografica per incorniciare l’evento, poi allunga una cannuccia e punzecchia il busto dell’animale, gli altri ridono. E’ sul mostro e sulla sua sorte che WolfgangChuck stringe l’obiettivo, accorda il suo sguardo. E lo spettatore assume il punto di vista del crostaceo.

Nel percorrere i vari gironi della tortura l’aragosta non si può giovare nemmeno della pietà altrui. La sua vita è considerata inferiore, ornamentale a quella dell’uomo. “Mangiare è un atto di potere” affermava Elias Canetti. Mangiare qualcosa di vivo, rilanciamo noi, attribuisce all’atto qualcosa di trionfale, e qualcosa di sottilmente antagonistico: una battaglia. Che – guarda caso – viene riprodotta, anche se per scherzo.

Our Food Was Still Moving!!

Quando alla fine del film la nave “salpa” verso l’altro lato della tavola, il piano sequenza asseconda la parabola delicata del vassoio, dando l’impressione che nessuno voglia accelerare la sorte dell’animale. (Che nessuno, sotto sotto, voglia mangiare.) Un’impressione accentuata dall’ambiente: asettico, talmente ordinario da espropriare l’azione dai concetti stessi di cui è composta (vita, morte, lotta, fame…), dai loro significati più contingenti, emarginando la morte della protagonista a un semplice atto di consumo di poco conto, senza vette mitiche, né orrori degni di scandalo.

D.F.Wallace scriveva: «Anche se coprite la pentola e vi girate dall’altra parte, di solito sentirete il coperchio che sbatacchia e sferraglia mentre l’aragosta cerca di spingerlo via per uscire». WolfgangChuck ha il merito di non girarsi dall’altra parte. (Zeno&Battaglia)

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come mangia una carpa

di arca582, durata 51”, Italia, 25 maggio 2008, muto (b/n)

Voto ****

Sul fondale di un lago (o di un fiume) un banco di carpe nuota grufolando fra i detriti, sondando con i barbigli la presenza di cibo. Finchè la più imprudente abbocca all’amo e viene trascinata in superficie mentre le superstiti si danno alla fuga.

Ciò che più colpisce di come mangia una carpa è l’ambiente onirico, la ricchezza formale, la poetica dimessa. Le carpe escono dalla nebbia, si muovono nelle acque surreali dove navigava l’Atalante e in cui Jean vide la sua bella. L’inquadratura stretta e claustrofobica, il primissimo piano dell’occhio, parlano di un altro cinema, dove la telecamera è alla periferia ultima, dove lo sguardo autoriale non esiste. I pesci sembrano attraversare la cinepresa, sembrano sbucare da dietro di noi, attraversandoci. E come spettatori moriamo e siamo condannati a vivere una visione fortuita relegati alla nostra non-presenza. Assenti vedenti.

L’abboccamento della carpa equivale alla fine del sogno, al risveglio. Le acque si scuotono e anche noi torniamo a galla. (Zeno&Battaglia)

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Washing Machine Self Destructs (Original)

La scheda tecnica qui sotto si riferisce al video originale che è stato rimosso. Il link al video, fornito da ascocaine, è adesso su youtube senza- fortunatamente- nessuna variazione all’originale, tranne il titolo (Mattone nella lavatrice).

Di Photonicinduction, durata 1′ 19”, Regno Unito,  29 Luglio 2010, sonoro.

Voto ****

In un giardinetto come tanti altri una lavatrice a carica frontale viene fatta girare a vuoto a una velocità spaventosa. Quando comincia a fumare e mostra i primi segni di cedimento un uomo infierisce su di lei, somministrandogli un mattone nel cestello. L’elettrodomestico diventa vittima della sua stessa forza centrifuga e si sfascia in mille pezzi. Rivisitazione del cult adolescenziale “Corto Circuito”, ha il pregio di stilizzare al massimo la brutalità della sopraffazione,  ma, a differenza dell’originale, manca di trama, ritmo avventuroso e inventiva. Una delle opere più originali fra gli snuff movie sulla violenza elettrodomestica (1. 2.), Washing Machine Self Destructs (Original) è una favola macabra sul sadismo dell’essere umano che, quando non può rifarsela con i propri simili si estende, come un morbo imperialista, verso nuovi e inesplorati territori. Bestie, fiumi, laghi, utensili, oggetti inanimati. Il finale- la lavatrice che si contorce al suolo in preda a un attacco epilettico- è di una crudezza esasperante. Lascia addosso un senso di profonda ingiustizia e frustrazione. Nel titolo- un piccolo gioiello di perfidia- risuona tutta l’odiosa e invulnerabile prepotenza del carnefice che fa il discorso funebre per la propria vittima. L’apice  dello sprezzo del forte nei confronti del debole, del potere che, dopo aver falciato i corpi dei propri oppositori, ne miete anche la memoria. Self Destructs? La lavatrice non aveva alcuna intenzione di uccidersi. Piuttosto è stata suicidata. (Zeno&Battaglia)

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